Lo scorso 4 febbraio la Commissione di vigilanza sugli scioperi, introdotta ormai 35 anni fa, ha deciso unilateralmente di imporre le fasce garantite anche durante i giorni festivi.
Questa imposizione deriva dalla constatazione, sempre della Commissione, che il trasporto ferroviario è diventato ormai così importante da essere essenziale per i lavoratori di modo da poter recarsi sul posto di lavoro in tali giorni.
Questa “narrazione” è stata suffragata anche dalle parole, diventate virali nel giro di poco tempo, del segretario generale della FILT-CGIL, che in un incontro con i giovani sindacalisti ha espresso il rammarico di dover vedere le molte “proteste delle associazioni” per il diritto dei lavoratori di recarsi sul proprio posto di lavoro utilizzando il treno.
Ma è davvero così? Quali sono le reali basi sulle quali la Commissione può decidere in maniera così unilaterale che anche la domenica e gli altri festivi sia necessario garantire i trasporti?
Partiamo da un dato incontrovertibile: in un’analisi di pochi giorni fa Will Media, testata online indipendente, riportava come tra il 2013 e il 2022 vi sia stata una riduzione del 24% dei lavoratori che usano il treno per recarsi a lavoro; sempre secondo la stessa analisi l’86% dei lavoratori usa la macchina per arrivare a lavoro.
È importante sottolineare che stiamo parlando di un periodo sicuramente caratterizzato dai lockdown dovuti al Covid (e chi ha lavorato in quel periodo non può non aver notato come le strade fossero completamente senza traffico nelle ore di punta) ma, soprattutto, che il periodo di riferimento sia precedente agli scioperi per il rinnovo del CCNL, pertanto, questi ultimi non possono essere additati come causa della preferenza per l’automobile dei lavoratori italiani.
Tram, metro e autobus cittadini hanno visto una riduzione ancora maggiore dei pendolari (-26%) e le corriere sono quelle con il dato peggiore (-32%).
La domanda, quindi sorge spontanea:
se i lavoratori che prendono i mezzi pubblici per andare a lavorare sono diminuiti tout court, per quali (e quanti) lavoratori si sta decidendo di limitare il diritto di sciopero dei ferrovieri?
Su quali, la risposta è presto detta: le categorie di lavoratori che sono costrette a lavorare di domenica sono quelle essenziali (medici, infermieri, forze dell’ordine…), gli addetti al commercio e alla ristorazione.
Nel primo caso è possibile che qualcuno, una sparuta minoranza dato l’86% dei lavoratori che usa l’auto per andare a lavoro, possa prediligere i mezzi pubblici; per la seconda e terza categoria stiamo invece parlando di lavoratori che spesso hanno come sede delle loro fatiche i centri commerciali, gli outlet, i ristoranti, le tavole calde etc… che non si trovano nelle immediate vicinanze delle stazioni, con orari di lavoro che spesso non coincidono con l’offerta commerciale ferroviaria neanche durante i giorni feriali.
Anche in questo caso c’è da dire che ben prima degli scioperi i lavoratori prediligessero i mezzi propri, dato che l’86% rilevato è un dato universale, non per categoria.
C’è poi da fare un’ulteriore considerazione: perché tutte queste persone devono lavorare durante i festivi?
In primo luogo, la legge 66/2003 ha liberalizzato il giorno di riposo che, sempre per la stessa legge, è previsto per la domenica ma può essere spostato in cambio di riposi compensativi: il risultato è che ormai certe categorie sono di fatto costrette a lavorare durante i festivi, di modo da poter incontrare il massimo afflusso di clienti.
E per quale motivo succede tutto ciò? In Italia la media di ore lavorate per il 2022 è di 36,1 settimanali (dato Eurostat, in linea con la media europea), ma essendo appunto una media e siccome nelle grandi città di queste Paese è difficile vivere con uno stipendio base e che negli ultimi 30 anni gli stessi stipendi sono diminuiti, è evidente che molti lavoratori sono costretti a lavorare molte ore per potersi mantenere.
Ciò di fatto impone anche la possibilità temporale di recarsi a fare degli acquisti si concentri nell’unico giorno libero che la già citata 66/03 impone dopo sei giorni di lavoro.
Il risultato? Non tanto i lavoratori di cui abbiamo già analizzato il dato, hanno bisogno del treno, ma sono in generale gli Italiani che necessitano recarsi a fare gli acquisti nell’unico giorno libero che hanno a disposizione.
E allora perché questa imposizione?
Le motivazioni, crediamo, sono abbastanza evidenti: in primo luogo si garantisce appunto l’affluenza di persone presso le località dove sono aperti gli esercizi commerciali e alimentari.
Secondariamente si distrugge la volontà dei lavoratori di scioperare, perché (in questo ragionamento molto pragmatico) un ferroviere potrebbe venir dissuaso dallo scioperare in quanto deve comunque effettuare dei servizi da garantire, quindi, tanto vale non aderire e mantenere intatta la propria diaria.
Guarda caso, questa imposizione riguarda soprattutto i treni a lunga percorrenza, la cui consistenza viene già aumentata e di fatto, non va a favorire i lavoratori, semmai serve a garantire che chi sta rientrando da una vacanza o altre assenze possa arrivare a casa il giorno prima di ricominciare la propria attività lavorativa.
La leggenda di lavoratori pendolari su tratte incredibili è stata più volte smentita, come nel caso di quella collaboratrice scolastica che avrebbe percorso con l’Alta Velocità la tratta Napoli-Milano per arrivare in orario ogni giorno presso il liceo meneghino dove sarebbe stata assegnata.
A questo punto è giusto chiedersi anche: perché il segretario generale della FILT-CGIL non ha posto le stesse domande alla Commissione, anche dopo l’accesso agli atti?
Perché CGIL, CISL e UIL ci hanno messo una settimana per obiettare contro ciò che è stato emanato dalla Commissione di Vigilanza, mentre FAST, UGL (sigla sicuramente vicina al governo) e ORSA hanno da subito contestato questa decisione?
Del resto, la stessa Commissione senza alcuna empatia aveva chiesto ai lavoratori di scioperare “simbolicamente” dopo che un collega di TrenitaliaTper aveva rischiato di perdere un occhio in un’aggressione totalmente gratuita.
Come si può quindi prendere senza il beneficio del dubbio una dichiarazione di poco successiva dello stesso organo?
La parzialità della Commissione è ormai sotto gli occhi di tutti, tanto che FAST, ORSA e UGL hanno direttamente fatto ricorso al TAR per contestare questa decisione.
A questo punto è inaccettabile che si accolga come vera questa idea del “dobbiamo garantire il diritto dei lavoratori che vanno a lavorare la domenica” perché non è questa la realtà dei fatti.
Sarebbe quindi cosa buona e giusta che anche le altre sigle sindacali si aggiungano a questa contestazione e dimostrino unitariamente come ormai la 146/90 non è più una garanzia ma un legaccio usato incostituzionalmente contro i ferrovieri.