Tre giorni di trattativa, una piattaforma concreta e il coraggio di rompere l’immobilismo: così FAST-Confsal, UGL Ferrovieri e ORSA Ferrovieri lanciano il senso del contratto.
Qualcosa si è rotto. E da tempo. Lo senti nei binari, nei turni sfiancanti, nelle buste paga sempre più leggere. Lo leggi in faccia a chi da anni tiene in piedi il sistema dei trasporti senza mai fermarsi, senza mai chiedere troppo, ma adesso basta. Basta con le flessibilità imposte, con i riposi spezzati, con i contratti svuotati di senso. Tre giorni di riunioni sindacali non sono bastati a ricucire tutto ma sono bastati a dire una cosa chiara: qui nessuno vuole tornare indietro, ma nemmeno accettare un presente sbagliato come se fosse inevitabile.
Dal 26 al 28 marzo, FAST-Confsal, UGL Ferrovieri e ORSA Ferrovie hanno dato voce a un’altra idea di contrattazione.
Non un documento ideologico, non una piattaforma di bandiera ma una richiesta concreta, puntuale, fatta di numeri, diritti, proposte verificabili. E soprattutto fatta di persone: quelle che ogni giorno garantiscono la mobilità del Paese, spesso a costo della propria vita privata, del proprio equilibrio psicofisico, della propria salute. Lo hanno detto con parole semplici, ma ferme: il contratto non è un optional, è il patto minimo tra chi lavora e chi dirige.
La proposta è chiara: ridurre l’orario di lavoro settimanale a 36 ore dove non è possibile il lavoro agile. Restituire dignità ai riposi, ai turni, alle pause. Uscire dalla trappola del turno individuale e tornare a un modello collettivo più equo, trasparente, umano.
Non si chiede la luna ma quello che dovrebbe essere normale: regole uguali per tutti, carichi sostenibili, orari prevedibili. E si chiede di farlo con metodo, gradualità, intelligenza, legando ogni passo all’andamento reale della produttività.
Già, la produttività. Quella parola usata per decenni come alibi per comprimere salari e diritti. Ma i dati del Rapporto OIL 2024–2025 parlano chiaro: in Italia i salari reali sono ancora sotto i livelli del 2008, un’anomalia unica nel G20. Per anni si è giustificata questa stagnazione con il mantra della “bassa produttività”.
Ora che la produttività torna a crescere, come confermano anche i dati settoriali, è tempo di ristabilire l’equilibrio tra valore prodotto e valore retribuito. Ed è in questa breccia che si inserisce la proposta sindacale: tornare a contrattare davvero.
Non servono slogan, servono strumenti. Ogni contratto collettivo dovrebbe prevedere un sistema di monitoraggio permanente: produttività, inflazione, investimenti, benessere organizzativo. Numeri, non sensazioni. Scelte fondate, non improvvisate.
Così si costruisce una contrattazione moderna.
Così si rende il lavoro una leva di crescita e non una voce di costo da abbattere. E così si disinnesca quella bomba sociale fatta di turni senza senso, di inquadramenti sballati, di premi distribuiti con criteri oscuri.
I tre giorni di confronto hanno messo al centro anche questo: la necessità di una valorizzazione vera della professionalità. Non basta più il vecchio scatto automatico. Serve un salario aggiuntivo legato all’esperienza, alla responsabilità, alla formazione. Serve una nuova cultura del riconoscimento. Perché chi tiene insieme il sistema – dal macchinista al capotreno, dal manutentore al personale di terra – non può essere trattato come un numero o come un costo da comprimere.
A chi, in questi giorni, ha provato a etichettare questa iniziativa come “divisiva”, i fatti rispondono da soli. Nessuna rottura, nessuna fuga.
Solo il coraggio di dire che il tempo delle mediazioni infinite è finito.
Che la pazienza non è arrendevolezza. E che chi oggi siede ai tavoli non lo fa per salvare una forma, ma per cambiare una sostanza. La divisione vera è un’altra: quella tra chi vuole riportare il contratto dentro la vita reale e chi preferisce mantenerlo sospeso, incompiuto, inutile.
E poi c’è il tema taciuto da molti, ma centrale: il diritto di sciopero. Anche su questo si è giocata una partita nei giorni della trattativa. Un tavolo separato ha provato a riscrivere le regole con un accordo a parte, limitando gli spazi di azione dei lavoratori.
Ma un contratto negoziato sotto ricatto non è un contratto, è una resa.
Ed è proprio per questo che FAST-Confsal, UGL Ferrovie e ORSA Ferrovieri hanno detto no.
No a un’autoregolamentazione imposta.
No a una concertazione sterile. No a una democrazia sindacale a geometria variabile.
Nel frattempo, anche dentro la casa sindacale si è aperta una riflessione profonda: come riorganizzare le segreterie regionali, come rendere davvero partecipativa la vita interna, come superare l’inerzia burocratica che spesso frena il cambiamento.
È un lavoro lungo, sporco, necessario. Ma qualcuno ha iniziato a farlo, senza paura. Perché se il sindacato non sa cambiare se stesso, come può chiedere cambiamento altrove?
Alla fine resta una certezza. Il contratto è ancora fermo ai box, sì.
Ma c’è chi ha rimesso benzina, chi ha cambiato le gomme, chi ha tracciato una nuova traiettoria. I motori si stanno scaldando.
E non basterà qualche ostacolo a rallentare una corsa che è prima di tutto umana, sociale, politica.
Perché oggi, più che mai, serve un patto nuovo tra chi lavora, chi investe e chi governa. Un patto in cui il lavoro torni a essere centrale, rispettato, giusto. E il sindacato, se ne ha il coraggio, può essere il motore di tutto questo.