Nel cuore dell’Europa, la dinamica salariale si è rimessa in moto. In Germania, Francia e Spagna si moltiplicano gli accordi che rafforzano il potere d’acquisto, accompagnano la transizione economica e valorizzano il lavoro. In Italia, invece, la contrattazione si muove più lentamente, spesso su binari divergenti, tra una parte che prova a spingere e una parte che frena. Il risultato? Un differenziale salariale che si consolida e una “questione lavoro” che torna a occupare il centro dell’arena politica, sindacale e sociale.
Non è tutta colpa della politica, né degli imprenditori. Il quadro è più articolato e merita uno sguardo meno semplificato. Secondo i dati CNEL aggiornati al 31 dicembre 2024, il numero di lavoratori in attesa di rinnovo è calato a 6,3 milioni rispetto ai 7,7 milioni dell’anno precedente. Un miglioramento c’è stato, segno che il meccanismo della contrattazione collettiva, bene o male, continua a funzionare. È bene inoltre ricordare che oltre il 96% dei lavoratori dipendenti privati italiani è coperto da contratti collettivi firmati da soggetti comparativamente più rappresentativi.
Nonostante ciò, il potere d’acquisto resta debole. La media retributiva italiana è inferiore di diverse migliaia di euro rispetto a quella tedesca e francese. Secondo Eurostat, tra il 1991 e il 2023 il salario medio annuo in Italia è calato di oltre 1.000 euro, mentre in Germania è salito di oltre 10.000 euro. È vero, i motivi sono molteplici: produttività stagnante, frammentazione imprenditoriale, un costo del lavoro elevato che grava sulla parte fiscale e contributiva, un sistema di welfare che talvolta premia l’assistenzialismo e non sempre incentiva la crescita. Ma il tema resta: il lavoro non riesce a essere leva di mobilità sociale.
Nel settore metalmeccanico, il contratto Federmeccanica-Assistal è in fase di rinnovo. I sindacati chiedono aumenti di 280 euro, ma la trattativa è ferma a una proposta di 173 euro in quattro anni. Nell’indotto e nelle PMI (Unionmeccanica-Confapi), la situazione è ancor più rallentata. In altri settori strategici – ferrovie, logistica, trasporto aereo – si registrano ritardi, aspettative inevase e disuguaglianze territoriali. La buona notizia è che alcuni rinnovi importanti sono arrivati: TPL, logistica e multiservizi hanno finalmente aggiornato i rispettivi CCNL. Ma spesso con aumenti diluiti nel tempo, senza pieno recupero dell’inflazione e con clausole deboli.
Il settore ferroviario rappresenta forse il caso più emblematico: il CCNL Mobilità – Area contrattuale Attività Ferroviarie, scaduto il 31 dicembre 2023, è oggetto di trattativa da oltre 18 mesi senza che le associazioni datoriali – AGENS e le rappresentanze delle aziende degli appalti ferroviari – abbiano ancora presentato una proposta economica.
In questo contesto, FAST-Confsal, UGL Ferrovieri e ORSA Ferrovie hanno presentato una chiara e ambiziosa piattaforma, integrativa alla precedente, per tentare di dare una scossa al negoziato, chiedendo:
- un aumento salariale del 18%;
- la riduzione dell’orario settimanale a 36 ore.
Proposte in linea con quanto già avvenuto in Germania con il sindacato GDL. Tuttavia, AGENS non solo non ha formulato una controproposta ma si è rifiutata perfino di aprire il negoziato su tali condizioni, ritenendole irricevibili. E anche sul fronte sindacale si è verificata una poco comprensibile spaccatura.
Un atteggiamento che conferma quanto sia difficile, in Italia, tradurre in realtà le rivendicazioni innovative, anche nei settori più strategici per la mobilità sostenibile e la modernizzazione del Paese.
A complicare la situazione c’è il tema spinoso dei cosiddetti “contratti pirata”. Un problema spesso sovrastimato: dei 1.017 contratti depositati al CNEL, ben 722 si applicano a meno di mille lavoratori. Numeri che ridimensionano l’allarme: il vero nodo non sono i contratti pirata in senso stretto, ma la tendenza a utilizzare contratti deboli in filiere frammentate, specie in appalto. Spesso accade che imprese e sindacati maggioritari, in nome della rappresentanza, non riescano a difendere davvero i lavoratori più esposti. E così, si scaricano sugli “autonomi” responsabilità che in parte sono anche confederali.
È quindi necessario un bagno di realtà: non tutti gli imprenditori sono affamatori, e non tutti i sindacati autonomi sono pirati. Ma al tempo stesso non si può ignorare che molti salari restano troppo bassi per motivi strutturali. E che anche la retorica del “non ci sono risorse” regge poco di fronte a dati macroeconomici positivi (crescita, export, utili aziendali). Le imprese italiane sono sotto pressione, è vero. Ma la redistribuzione salariale non può essere sempre il tema rimandato a tempi migliori.
Anche sul fronte europeo si registra una certa ambivalenza. L’Italia invoca l’Europa quando si tratta di contenere la spesa o liberalizzare il mercato del lavoro, ma la ignora quando Bruxelles invita a rafforzare la contrattazione collettiva (come nella recente Direttiva UE sui salari minimi adeguati). In Germania, la GDL ha ottenuto aumenti da 420 euro e riduzioni a 35 ore. In Italia, i ferrovieri aspettano ancora una proposta concreta. In Spagna, la concertazione tra sindacati e governo ha frenato l’inflazione e aumentato il salario minimo del 47% in cinque anni. In Francia, il salario minimo cresce automaticamente. In Italia se ne discute da dieci anni senza risultato.
Ma la vera soluzione per il nostro Paese non è una legge sul salario minimo fissato dallo Stato, che rischierebbe di comprimere verso il basso la qualità della contrattazione. Al contrario, serve rafforzare il ruolo dei sindacati rappresentativi e costruire meccanismi negoziali vincolanti erga omnes, capaci di estendere l’efficacia dei contratti collettivi di filiera che possono essere firmati da chi li condivide, senza possibilità di veto fra sindacati e per tutti i lavoratori, indipendentemente dall’iscrizione o dall’accordo aziendale.
Solo in questo modo il salario dignitoso può essere garantito senza svuotare la funzione della contrattazione, senza indebolire i settori dove il confronto tra le parti ha saputo costruire, negli anni, equilibri virtuosi.
Alla fine, la domanda resta: dove va a parare l’allarme sui salari bassi? È solo la denuncia di un’ingiustizia? O è l’inizio di un cambiamento culturale e contrattuale? Se l’obiettivo è migliorare le condizioni dei lavoratori, bisogna chiamare in causa tutte le responsabilità: di chi firma contratti inadeguati, di chi li applica con superficialità, di chi respinge l’innovazione per meri interessi di bottega, di chi fa dumping o si trincera dietro i vincoli.
Insomma, il problema è reale ma le soluzioni non possono essere affidate né al lamento, né alla nostalgia. Servono politiche industriali, una nuova visione della contrattazione, un rafforzamento della rappresentanza sindacale – anche in settori oggi ai margini – e un confronto serio su produttività, fiscalità e welfare attivo.
L’Italia non è l’unico Paese europeo con problemi ma è quello che più spesso usa l’Europa per giustificare i vincoli e meno per trarne ispirazione. Guardare all’Europa non significa copiarla, ma scegliere con coerenza da che parte stare. Se davvero vogliamo rilanciare il lavoro come motore di dignità e sviluppo, servono più contrattazione, più responsabilità e meno alibi.