Il contratto della Mobilità – Attività Ferroviarie non è stato soltanto firmato. È stato votato. In questa scelta risiede una differenza sostanziale che va oltre le percentuali e i comunicati. Il 68% di “sì” su un’affluenza del 53% certifica una maggioranza ma anche un contesto complesso che merita attenzione. Perché ogni dato, se isolato, racconta poco ma, se letto dentro la storia del settore e delle condizioni in cui è maturato, dice molto di più.
Negli ultimi decenni, il ricorso al referendum non è stato una costante. Dopo le consultazioni del 2003 e del 2009, l’ultima vera chiamata alle urne era datata 2017. Da allora, si era tornati — talvolta per urgenze, altre per scelta politica — a una gestione più “autorappresentativa” delle relazioni sindacali. In questo senso, il referendum del 2025 segna un ritorno dei lavoratori alla parola. Un atto di trasparenza, certo, ma anche una sfida: chiedere un mandato in un tempo in cui fiducia e partecipazione non sono mai scontate.
Il dato dell’affluenza, in questo quadro, non può essere letto con leggerezza. Un 53% non è solo poco più della metà: è il riflesso di molte cose. Anzitutto di una consultazione avvenuta nel pieno del periodo feriale, quando circa il 18% del personale era in ferie turnificate e quindi oggettivamente impossibilitato a partecipare. A ciò si aggiungono le astensioni fisiologiche — malattie, distacchi, assenze per cause personali — e una quota non irrilevante di disillusione, soprattutto tra chi si sente ai margini della rappresentanza.
Eppure, il voto ha parlato. E ha parlato chiaro. Non è stato un plebiscito, ma una maggioranza ha ritenuto l’intesa del 22 maggio un passo avanti. Lo ha fatto con lucidità, forse senza entusiasmo, ma con senso di responsabilità. E questo vale. Vale perché riconosce al contratto contenuti migliorativi concreti, in particolare per chi negli appalti attendeva da anni un passo in avanti. Vale perché restituisce al sindacato la sua funzione originaria: ascoltare, mediare, restituire.
Non va poi dimenticato un altro elemento, troppo spesso eluso nel dibattito pubblico.
A questo 68% di “sì” espresso nel referendum vanno sommati, idealmente, anche i consensi silenziosi di chi ha firmato l’accordo senza richiedere un passaggio referendario.
Un atto che, pur diverso nella forma, manifesta comunque una condivisione del percorso. Sommando questi livelli di adesione, il contratto si presenta con una legittimazione ampia, pluralista, seppure con sfumature diverse.
Tuttavia, quest’occasione chiama anche a una riflessione più ampia sulla qualità della democrazia sindacale nel nostro Paese. Il referendum oggi celebrato è, in realtà, uno dei parametri vincolanti previsti dagli accordi interconfederali del 2014 sulla rappresentanza.
Accordi che la Confsal ha sottoscritto in buona fede, accettando di essere misurata a patto che tutte le regole fossero applicate. Ma il tempo ha dimostrato che molti di quei principi sono stati elusi. Il referendum consultivo sull’accordo collettivo, per esempio, è diventato l’eccezione, non la regola. Così come è spesso ostacolata la possibilità di firmare per adesione contratti già sottoscritti da altri, pur condivisi nei contenuti, creando una distorsione nel riconoscimento della rappresentanza.
La situazione è aggravata da pratiche informali, ma sistemiche. In molte aziende — soprattutto dove il sindacato firmatario è storicamente presente — ai nuovi soggetti viene risposto: “Il nostro sindacato già c’è”.
Una frase apparentemente neutra, che però rivela una concezione proprietaria della rappresentanza e preclude il pluralismo. È così che si arriva a manipolare gli strumenti di democrazia interna, come le elezioni RSU, con regole di collegio modificate ad hoc per escludere aree non allineate, senza una reale motivazione organizzativa.
In questo contesto, il referendum del 2025 assume un valore doppio. Non solo perché ha legittimato un contratto ma perché ha riaperto una finestra su ciò che dovrebbe essere normale: il confronto democratico e trasparente con i lavoratori.
Quel 32% di contrari, in questa prospettiva, non è un fastidio da archiviare. È un campanello d’allarme, una richiesta di ascolto che non può essere ignorata. Non si tratta di negare l’efficacia dell’accordo ma di accompagnarne l’attuazione con una presenza viva, capillare, concreta.
Questo referendum non chiude: apre. Apre il tempo dell’attuazione, della coerenza, della verifica nei luoghi reali del lavoro.
Perché la legittimazione vera di un contratto non si misura solo nel voto ma nella fedeltà tra parole e fatti. E se davvero questa consultazione segnerà l’inizio di una nuova stagione di rappresentanza partecipata e di applicazione integrale degli impegni interconfederali, allora forse il sindacato — quello vero, che vive nei turni, nei reparti, nei treni — potrà tornare a essere ciò che è nato per essere: voce di tutti, non solo di qualcuno.