L’economia italiana sembra reggere il colpo, ma il terreno sotto i piedi è sempre più instabile. La Nota Istat di luglio 2025 fotografa un Paese che continua a camminare sulla fune, mentre tutto intorno si agitano venti di guerra commerciale, tensioni geopolitiche e un commercio globale che arranca. Pil in lieve crescita, occupazione in aumento, consumi in ripresa. Ma anche una produzione industriale che rallenta, una fiducia dei consumatori in calo e l’ombra lunga di una nuova stagione di dazi in arrivo da oltre Atlantico.
La guerra dei dazi è cominciata davvero?
Donald Trump ha aperto ufficialmente il fuoco con una lettera indirizzata alla presidente della Commissione europea il giorno 11 luglio. Il tono è quello di un ultimatum: “a partire dal 1° agosto, tutti i prodotti europei in ingresso negli Stati Uniti saranno soggetti a un dazio del 30%”. Una misura drastica, giustificata con l’argomento di sempre: il surplus commerciale dell’Unione Europea è, secondo Trump, una minaccia per l’economia e la sicurezza nazionale americana.
In poche righe, l’America minaccia l’Europa con una tagliola economica che rischia di far saltare il fragile equilibrio delle relazioni transatlantiche. La logica del “gioco a somma zero” è tornata: o si accetta di produrre sul suolo americano, oppure si pagano le conseguenze. E se la Ue decidesse di ribellarsi, Washington è pronta ad aumentare ulteriormente i dazi.
La risposta europea è, come spesso accade, disomogenea. La Francia alza la voce e propone contromisure immediate, colpendo il tech e l’agroalimentare americano. L’Italia e la Germania frenano: il nostro export – si stima – rischia un colpo da 35 miliardi di euro, con fino a 178.000 posti di lavoro a rischio, in settori chiave come meccanica, automotive, farmaceutica e agroalimentare.
Tenuta interna, fragilità esterna
In questo scenario si muove il sistema italiano: l’economia tiene, ma si regge su fondamenta precarie. Il PIL cresce dello 0,3% nel primo trimestre, meglio della media UE. L’occupazione sale dello 0,3% a maggio, trainata da contratti stabili e autonomi. La propensione al risparmio aumenta (+0,6 p.p.) grazie all’incremento del reddito disponibile lordo. L’inflazione resta moderata (1,7%) e inferiore alla media europea (2,0%).
Eppure, qualcosa scricchiola. La produzione industriale a maggio è calata dello 0,7%. Le vendite al dettaglio si contraggono. I prezzi dei beni alimentari continuano a salire, con un “carrello della spesa” più costoso del 25% rispetto al 2021. I giovani vedono un’impennata della disoccupazione al 21,6%. E la fiducia dei consumatori torna a calare, nonostante i numeri positivi.
Anche il commercio estero offre una doppia lettura. Nei primi quattro mesi del 2025, le esportazioni italiane sono cresciute (+2,5%), trainate da farmaceutica e metalli. Ma a maggio l’export extra UE è tornato a calare (-5,2% tendenziale), zavorrato dal crollo verso Russia, Cina, Turchia e Regno Unito. E se davvero entreranno in vigore i dazi USA, sarà l’intero sistema manifatturiero a subirne le conseguenze.
Quali vie d’uscita per l’Italia e per l’Europa
L’Unione Europea ha già messo in campo alcune risposte: avvio di un tavolo negoziale permanente con Washington, contatti rafforzati in sede WTO, accelerazione di accordi bilaterali con mercati alternativi come India e Mercosur. Ma queste misure rischiano di arrivare troppo tardi se nel frattempo i dazi cominceranno a mordere.
Per evitare una vera guerra commerciale, molti economisti e think tank europei (Bruegel, IfW Kiel, Bertelsmann Foundation) propongono soluzioni più strutturali:
- Rivedere le regole europee su standard e sussidi per evitare che siano percepite come barriere occulte dagli USA.
- Creare zone industriali transatlantiche in cui produrre insieme beni strategici (green economy, difesa, pharma).
- Costituire un fondo europeo di compensazione per tutelare i settori più esposti all’export.
- Rafforzare il mercato unico interno, per compensare con la domanda UE le eventuali perdite da mercati esterni.
- Snellire e incentivare la rilocalizzazione industriale europea, per attrarre investimenti anche in territori meno centrali.
Un’Italia che galleggia, ma non decolla
L’Italia rischia di trovarsi come spesso accade: in mezzo. Tra chi vuole reagire subito e chi predica pazienza. Tra una tenuta macroeconomica di superficie e fratture sociali latenti. Il sistema regge, ma è incapace di generare slancio. La produttività ristagna, gli investimenti non decollano, le imprese faticano a trasformare valore aggiunto in profitti.
Se l’Europa non trova una voce unica, l’Italia può – e deve – giocare un ruolo da mediatore attivo. Non può limitarsi ad aspettare che l’America faccia la prossima mossa o che Bruxelles inventi una strategia comune. Deve portare proposte sul tavolo: spingere per un’alleanza industriale transatlantica, promuovere un piano straordinario per la manifattura, pretendere una revisione degli equilibri interni europei, oggi troppo sbilanciati.
Perché in un mondo che si sta disgregando in blocchi contrapposti, l’Italia non può più permettersi di essere solo resiliente. Deve tornare a essere strategica.