Se qualcuno vuol capire cosa significhi vivere in una capitale dimenticata, farebbe bene a prendere l’autobus nelle periferie di Roma. Non quello turistico a due piani, eh, ma uno dei tanti catorci che ogni giorno arranca tra buche, ritardi e l’indifferenza di chi governa.
Perché nella Capitale d’Italia — ribadiamolo: d’Italia — esistono zone in cui il trasporto pubblico è diventato sinonimo di umiliazione sociale.
Parliamoci chiaro: quando un autobus va a fuoco, come accaduto sulla linea 046 e, prima ancora, sulla 087, non si tratta di incidenti ma di segnali d’allarme che nessuno vuole ascoltare. Roma brucia, letteralmente, e non solo sotto il sole cocente di luglio. Brucia per l’incuria, per le gare d’appalto vinte da chi promette tanto e consegna poco, per una manutenzione che, più che straordinaria, è miracolosa ogni volta che avviene.
A bordo si viaggia in un girone dantesco: sedili sfondati, porte che non si chiudono, condizionatori morti da anni. E tutto questo in piena estate, con 40 gradi e l’aria ferma come un’aula parlamentare il venerdì. Ma guai a lamentarsi: se vivi a Tor Bella Monaca o a Torre Angela devi pure ringraziare che un mezzo passi. Quando passa.
Dietro questa tragedia quotidiana, ci sono gli autisti.
Donne e uomini che ogni giorno si mettono al volante sfidando il destino, il guasto, la calura, la stanchezza. E lo fanno con una dignità che le istituzioni hanno perso per strada da tempo. Meritano rispetto, e invece ricevono silenzi.
È questa, in fondo, la morale: nelle periferie romane non manca solo il trasporto. Manca la giustizia sociale. Manca la volontà di riconoscere che chi abita lontano dal Colosseo ha gli stessi diritti di chi vive a due passi da Piazza di Spagna. E invece no. I poveri si arrangino. I pendolari si adattino. I cittadini si rassegnino.
Ma noi non ci rassegniamo. Perché Roma, tutta Roma, ha diritto a un trasporto pubblico degno, efficiente e umano. Senza roghi, senza vergogna, senza differenze tra chi vive al centro e chi sopravvive ai margini.
E se a qualcuno tutto questo sembra normale, allora il problema non sono gli autobus: è la coscienza.