FS ITALIANE, RIORGANIZZAZIONE SENZA CONTRADDITTORIO: IL SINDACATO CHIEDE TRASPARENZA (E RISPETTO)

Nel cuore di luglio, mentre l’Italia intera rincorre le ferie e la canicola addormenta perfino le polemiche, si è consumato un confronto tanto atteso quanto inappagante tra il Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane e le rappresentanze sindacali.

Un incontro richiesto formalmente, quasi con tono accorato, dalle sei Organizzazioni Sindacali per cercare di fare chiarezza su ciò che appare ormai come una deriva gestionale non più sostenibile.

Il nodo? Una riorganizzazione silenziosa, imposta per disposizioni interne e scivolata giù lungo le gerarchie come una cascata gelida, senza confronto, senza preavviso, senza rispetto per le regole di ingaggio fissate nei contratti.

Le OO.SS. avevano chiesto un confronto. Hanno ottenuto un’audizione. Si attendeva trasparenza. È arrivato un “low profile”.

Si sperava in un dibattito. È andato in scena un monologo manageriale vestito di buone intenzioni e parole eleganti, ma privo di risposte concrete e soprattutto di contenuti misurabili.

Il tema vero, dietro al lessico aziendale levigato e al maquillage delle presentazioni, è che FS ha avviato una massiccia riorganizzazione delle proprie strutture centrali, raddoppiando direzioni, lanciando nuove società, rimescolando funzioni e poteri, senza alcuna informativa preventiva alle parti sociali.

Si creano Business Unit, si rilancia l’industria interna, si ipotizzano investimenti per 100 miliardi. Bene. Ma chi decide cosa, come, quando e soprattutto… perché?

Il problema, denunciano i sindacati, non è solo il merito, ma il metodo. Le scelte avvengono in ambienti riservati, i piani industriali arrivano al tavolo sindacale a giochi fatti, le famigerate DOR (Disposizioni Organizzative) vengono pubblicate come editti imperiali. L’informazione preventiva – principio cardine delle relazioni industriali – è stata declassata a optional. E il confronto? Delegato a riunioni trimestrali “da riempire di contenuti”, che suonano tanto come una promessa quanto come una dilazione.

Dall’altra parte del tavolo, la dirigenza di FS ha ammesso – con un’autocritica che sa più di cerotto che di cura – l’esistenza di una frattura comunicativa.

Ha promesso che “da settembre riallineeremo gli astri”, come se il sindacato fosse un segno zodiacale da riconsiderare dopo le ferie. Ha ribadito l’ambizione a diventare “holding industriale”, ha elencato piani su connettività, energia, materiali rotabili, medicina del lavoro, welfare e investimenti esteri. Tutto molto ambizioso, tutto molto teorico.

Ma mentre si parla di internalizzazioni e di reindustrializzazione, i lavoratori vedono aumentare la frammentazione, il turnover dirigenziale, la moltiplicazione di consulenze esterne e la marginalizzazione delle competenze interne. Laddove si prometteva coesione, si assiste a uno spezzatino.

Dove si invocava efficienza, arriva l’opacità. E mentre i manager parlano di valorizzare il capitale umano, il personale operativo si chiede se quei 105.000 dipendenti di cui si favoleggia nel piano industriale avranno ancora il contratto ferroviario… o finiranno ai margini con contratti low-cost.

Nessuna bandiera di mobilitazione è stata sventolata – non ancora.

Ma il messaggio lanciato da parte sindacale è chiarissimo: se il Gruppo FS intende davvero crescere, innovare e governare la complessità di un piano da 100 miliardi, deve rimettere al centro chi ogni giorno garantisce quel servizio.

E non solo nella narrazione aziendale, ma nella realtà dei fatti, delle relazioni e delle scelte operative.

Categoria: Interventi

Tags:

Article by: Vincenzo Multari