RAPPRESENTANZA SINDACALE E VERITÀ NASCOSTE: LA DEMOCRAZIA MUTILATA NEI LUOGHI DI LAVORO

C’è qualcosa di profondamente stonato nella trionfale rivendicazione di CGIL, CISL e UIL circa il 91% di rappresentanza nei contratti Confindustria. Oltre che per il dato in sé – che per gli operatori e i tecnici della materia appare subito parziale, autoreferenziale e internamente misurato tra soggetti noti, già firmatari di un patto interconfederale – anche per quanto viene con esso omesso, distorto o, peggio, legittimato: un’idea di democrazia sindacale che esclude sistematicamente chi non appartiene al club delle “confederazioni riconosciute”.

Una democrazia di nicchia, sembra un ossimoro (ma così è!) a porte chiuse, sorretta da accordi di vertice e da un uso selettivo delle regole. Una democrazia mutilata.

L’autocelebrazione del dato INPS-INL – pur derivante da un sistema formalmente condiviso – si fonda su un Testo Unico del 2014, nato come compromesso interconfederale tra Confindustria, CGIL, CISL e UIL. Questo accordo (consultabile nel dettaglio) vincola la misurazione della rappresentanza a due elementi: i voti RSU e le deleghe sindacali. Ma ecco il nodo: le RSU si costituiscono solo dove conviene, e non dove servirebbe davvero un confronto democratico.

Il caso più eclatante? Il trasporto aereo. Lì, da anni, le RSU sono un miraggio. I lavoratori sono rappresentati da RSA selezionate dalle medesime sigle che oggi rivendicano il monopolio della rappresentanza, eludendo l’unico meccanismo di verifica democratica effettiva: il voto. Un’eccezione? No. Una prassi.

Ed è proprio questa prassi che altera il sistema e svuota di senso l’articolo 39 della Costituzione.

La Carta Costituzionale è chiara: “L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati registrati – ovvero dotati di statuti democratici – è riconosciuto il potere di stipulare contratti collettivi con efficacia erga omnes.” In assenza di una legge sulla rappresentanza sindacale, la giurisprudenza ha dovuto sopperire. Ma gli accordi interconfederali, sebbene importanti, non possono trasformarsi in legge privata sostitutiva della Costituzione. Soprattutto se applicati a geometria variabile.

Il Testo Unico del 2014 stabilisce che ogni sindacato che aderisce integralmente agli accordi (quello del 2011, del 2013 e del 2017) ha diritto a partecipare alle elezioni RSU e alla rilevazione delle deleghe tramite Uniemens. Ma non sempre queste adesioni vengono accolte, e laddove le si accetta, si pongono barriere opache, interpretazioni unilaterali e silenzi strategici. Il risultato è un sistema blindato, dove l’accesso alla contrattazione collettiva è riservato ai firmatari e la rappresentanza effettiva è usata come strumento di esclusione anziché di inclusione.

Oggi, CGIL, CISL e UIL esultano per un dato che rappresenta il 91% nei contratti firmati da loro, come se quel numero avesse efficacia erga omnes. Ma non si tratta di una rappresentanza riconosciuta universalmente: è una “fotografia interna”, costruita su relazioni bilaterali. Se davvero si volesse misurare la rappresentanza nel Paese, servirebbe una legge di attuazione dell’art. 39 che definisca criteri chiari, trasparenti, terzi.

E qui emerge il punto più critico: l’uso distorto della “rappresentanza” come strumento per blindare la titolarità contrattuale. Secondo il Testo Unico, solo chi supera il 5% della media tra voti RSU e deleghe può negoziare i CCNL. Ma se le RSU non si fanno e le deleghe sono controllate in ambienti chiusi, quel 5% diventa una soglia invalicabile. Un gioco a somma zero.

Eppure, esistono sindacati rappresentativi – presenti in CNEL, con migliaia di iscritti – che avanzano richieste fondate per poter almeno firmare per adesione i contratti, senza nulla pretendere in termini di trattativa, ma con il solo obiettivo di garantire ai propri iscritti le tutele previste. Eppure, vengono respinti o ignorati, come se rappresentassero un fastidio. È qui che la democrazia si inceppa e il sistema si rivela per ciò che è: autoreferenziale, corporativo, impermeabile.

Nel frattempo, mentre CGIL, CISL e UIL vantano primati di rappresentanza, i salari italiani restano inferiori del 9% rispetto al 2021, come denunciato da ISTAT e INPS. L’inflazione mangia il potere d’acquisto, le retribuzioni crescono meno della produttività e milioni di lavoratori restano ostaggio di contratti firmati da chi non li consulta da anni. È davvero questa la “rappresentanza” che meritano i lavoratori e dovrebbe essere esercitata dalle organizzazioni sindacali? O è il riflesso deformato di un patto d’acciaio tra pochi soggetti?

La Costituzione immaginava un pluralismo sindacale sano, competitivo, regolato. L’Italia, invece, sembra aver preferito affidarsi ad accordi tra privati, i cui firmatari coincidono con i beneficiari, amputando i principi cardine della nostra costituzione. O meglio simulando di applicarli. Serve una riflessione seria, non sulla legittimità delle Confederazioni storiche – che nessuno mette in discussione – ma sulla necessità di aprire il sistema, garantire il diritto di tribuna e il riconoscimento a chi ha iscritti, idee e consenso, anche se non siede al tavolo della “triplice”.

Il sindacato ha bisogno di rigenerarsi, non di autocelebrarsi. E la democrazia, anche nei luoghi di lavoro, non si misura con i comunicati stampa. Si misura con il diritto di voto. Quello vero. Quello che oggi, troppo spesso, non viene nemmeno concesso.

Categoria: L'Editoriale

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Article by: Pietro Serbassi