PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI: NON PUÒ ESSERCI INCLUSIONE CON UNA RAPPRESENTANZA ESCLUSIVA

In un Paese dove la produttività ristagna, i salari reali arretrano e la fiducia nel sistema economico vacilla, la proposta di legge per attuare l’articolo 46 della Costituzione – quello che riconosce ai lavoratori il diritto di partecipare alla gestione delle imprese – è un segnale importante. Una riforma attesa da decenni, che prova a rimettere al centro la dignità del lavoro e il suo ruolo attivo nella costruzione del futuro produttivo del Paese.

Ma perché questa legge abbia senso, non basta scriverla. Serve coerenza. Serve credibilità. Serve prima di tutto un sistema di rappresentanza sindacale aperto, democratico e pluralista. Perché non si può parlare seriamente di partecipazione senza affrontare il nodo irrisolto di un sistema che oggi esclude, seleziona e discrimina.

Attualmente, le forme di partecipazione previste in via volontaria da alcune intese aziendali o da rari contratti collettivi sono pratiche episodiche, legate alla buona volontà di alcuni soggetti. La proposta di legge in discussione prova a sistematizzarle e promuoverle, ma lo fa senza sciogliere il vero nodo: chi rappresenta davvero i lavoratori? Chi ha diritto di accedere ai meccanismi partecipativi? E con quale mandato?

Per rispondere a queste domande, non si può prescindere dall’articolo 39 della Costituzione, che stabilisce un principio semplice e potente: la libertà sindacale è un diritto inviolabile. Ogni sindacato può organizzarsi liberamente e, se dotato di statuto democratico, accedere alla contrattazione collettiva. Eppure, nel nostro ordinamento manca ancora una legge attuativa che renda effettivo questo principio. Al suo posto, sono subentrati accordi interconfederali privatistici tra pochi soggetti, che hanno creato una sorta di oligarchia contrattuale.

Secondo questi accordi (2011, 2013, 2014, 2017), solo i sindacati che superano una certa soglia di rappresentanza (il 5% della media tra voti RSU e deleghe) possono firmare i contratti collettivi. In teoria, un criterio neutro. In pratica, un meccanismo di esclusione strutturale: perché le RSU vengono costituite solo dove conviene, spesso la rappresentanza è “ereditata” in ambienti sindacalizzati da decenni, con scarsa possibilità di una reale alternativa democratica e di libera associazione.

In questo quadro, come si può parlare di “partecipazione dei lavoratori” quando interi settori – come quello del trasporto aereo – non hanno mai visto un’elezione RSU? Quando i rappresentanti aziendali sono nominati e non eletti? Quando sindacati presenti al CNEL, con migliaia di iscritti e piena rappresentanza sul campo, vengono esclusi persino dalla possibilità di firmare per adesione i contratti già sottoscritti da altri?

Una partecipazione costruita su queste basi rischia di essere l’ennesimo gioco delle tre carte. Una concessione dall’alto, non un diritto esercitato dal basso. Una retorica inclusiva, basata però su una pratica istituzionale esclusiva e autoreferenziale.

Se davvero si vuole dare senso alla partecipazione, servono regole nuove e universali. Serve una legge sulla rappresentanza che:

  • riconosca il diritto di tribuna a tutti i sindacati realmente rappresentativi;
  • imponga l’elezione periodica delle RSU in tutte le aziende sopra una soglia dimensionale minima;
  • consenta la firma per adesione per quei sindacati che, pur non firmatari, rappresentano lavoratori reali e certificati;
  • assicuri un meccanismo di certificazione pubblico e terzo anche rispetto alle aziende che dia garanzie alla rappresentanza sindacale, sottraendola ai rapporti di forza interni al sistema confederale attuale.

Solo a queste condizioni, la partecipazione potrà smettere di essere un’utopia e diventare uno strumento di democrazia economica vera, capace di rafforzare le imprese, migliorare la produttività e ricucire quel legame oggi sfilacciato tra capitale e lavoro.

In definitiva, non può esserci partecipazione senza pluralismo. Non può esserci inclusione se la porta resta chiusa. Non può esserci una “via italiana alla cogestione” senza prima restituire ai lavoratori il diritto più semplice, eppure più negato: scegliere liberamente chi li rappresenta.

Categoria: Diario Sindacale

Tags:

Article by: Pietro Serbassi