FAST-Confsal: “Serve una scossa su salari, fisco e previdenza”
La Legge di Bilancio 2026 è arrivata bollinata, lucidata e piena di buone intenzioni. Ma anche stavolta, al di là dei numeri, manca l’anima. I conti tornano, per carità. Le regole di Bruxelles sono rispettate, e il Governo può legittimamente rivendicare prudenza e responsabilità. Il problema è che l’Italia reale, quella che lavora, produce e tira la carretta, continua a restare in affanno.
Sulla carta ci sono risorse per tutti. Si taglia l’Irpef al ceto medio, si detassano gli aumenti contrattuali e i premi di produttività, si reintroduce l’iperammortamento per le imprese e si forniscono sostegni alle famiglie numerose. Nel concreto, però, tutto viene centellinato con parsimonia attraverso tetti, vincoli e soglie Isee che assottigliano le platee e riducono gli interventi a pochi spiccioli.
La sforbiciata delle tasse farà certamente piacere, ma non cambierà la vita a nessuno.
Il sostegno alle imprese, come solitamente accade, riguarda più gli investimenti che le assunzioni. Gli aiuti alle famiglie rappresentano una goccia nel mare delle difficoltà che i cittadini ogni giorno si trovano a dover affrontare, tra perdita del potere d’acquisto e spese fisse sempre più care.
Per FAST-Confsal serviva più audacia. Detassare integralmente gli aumenti contrattuali, portare a zero l’IRPEF sui premi di produttività, ridurre l’aliquota al 33% fino a 60mila euro sarebbero stati tre segnali veri per rimettere in moto la fiducia. Non si tratta di fantasia contabile, ma di investire con maggiore determinazione sul ceto medio, sui lavoratori, sull’Italia che produce e che oggi si sente lasciata sola.
C’è poi il capitolo pensioni, quello che nessun governo vuole mai aprire davvero. La manovra si limita a un aumento di venti euro per le pensioni minime e a un piccolo ritocco dell’età pensionabile. Di Opzione Donna non si parla, come se il tempo potesse congelarla da sé.
FAST-Confsal propone di dare almeno un segnale semplice e sostenibile: raddoppiare da 5.164 a 10.000 euro la soglia di deducibilità fiscale per i versamenti nei fondi di previdenza complementare che è fermo da quando in Italia cera ancora la lira. È una misura che costa poco e vale molto, perché aiuta i lavoratori a costruirsi una pensione dignitosa e rafforza la seconda gamba del sistema. È, soprattutto, un gesto di fiducia verso chi sceglie di pensare al futuro.
Qualche segnale positivo arriva dalla sanità. Il Fondo cresce di 2,4 miliardi nel 2026 e 2,65 dal 2027, con risorse destinate a prevenzione, farmaci innovativi e pronto soccorso. Non basta a coprire i buchi di personale o a ridurre le liste d’attesa, ma almeno segna un’inversione di tendenza dopo anni di tagli. Apprezzabile anche l’intervento che toglie la prima casa dal conteggio dell’Isee per le famiglie a basso reddito, consentendo ai nuclei in difficoltà una maggiore accessibilità a bonus e agevolazioni.
La sostanza, però, non cambia: la manovra 2026 tiene in equilibrio i conti ma non accende la crescita. È prudente, forse troppo. E mentre si parla di numeri, si dimentica che la vera stabilità non sta nei bilanci, ma nella fiducia delle persone.
Non bastano bonus, proroghe e aiutini. Servono scelte strutturali: una politica fiscale che premi chi lavora, una previdenza che protegga chi contribuisce, e una sanità che curi davvero chi ha bisogno.
Il resto è contabilità. Buona oggi per Bruxelles e per le agenzie di rating.
Ma domani?