CROLLI E RISCATTI. IL TRENO SALVERÀ LA CITTÀ

I crolli della Torre dei Conti impone alcune riflessioni e qualche decisione.

La prima decisione è: salvare quel che è rimasto, mettere in sicurezza, ricostruire e restaurare, questo senza necessità di funzioni, quello che è per quello che è, perché le funzioni a Roma le ha date la Storia.

Quella torre è la testimonianza, con poche altre rimaste, di un periodo della Città che fu definito la “Roma turrita”.

La struttura urbana medievale aveva assunto un particolare aspetto a mosaico, ogni famiglia o fazione aveva raccolto intorno alla propria residenza gruppi compatti di case più o meno fortificate che delimitavano e controllavano il territorio circostante, i punti strategici della città anche a mezzo di barriere, contrafforti e trincee.

Le famiglie più antiche avevano occupato annettendoli al loro patrimonio, alcuni degli antichi fabbricati della Roma imperiale, vi avevano sopraelevato grosse torri, e li utilizzavano come vere postazioni militari, così i Pierleoni e i Savelli occuparono il Teatro Marcello, di fronte alla collina del Vaticano gli Orsini si trincerarono nel Teatro di Pompeo e al di là del Tevere nel Mausoleo di Augusto, I Colonna nel Mausoleo di Augusto e sul Monte Citorio, gli Annibaldeshi contesero il controllo del Colosseo ai Frangipane che già controllavano l’Arco di Tito e quello di Costantino, i Caetani si erano fortificati fuori della Città sul mausoleo di Cecilia Metella.

La Città era irta di torrioni e per questo per i cronisti della metà del 400 era “Roma turrita”.

Con Niccolò V (1447- 1455) inizia l’opera del Papato, le famiglie nobili furono sconfitte e ridotte nel potere e la Città cominciò ad essere pensata in funzione dell’essere sede religiosa centro universale della cristianità.

La Torre dei Conti di Anagni faceva parte del sistema delle torri e fu costruita sul Tempio della Pace di Vespasiano il crollo è avvenuto nel basamento della torre che era molto più alta.

E’morto un operaio e molto giustamente la Città è stata a lutto e lo ha sinceramente commemorato.

Ma di fronte alla quasi morte di un pezzo della storia di Roma viene da chiedersi a quando il prossimo crollo?

Tempo fa un giornale on line proponeva il “giro dei siti archeologici minori” e nella foto illustrativa dell’articolo si vedeva il Tempio di Minerva Medica.

Sono le scelte degli uomini che creano le condizioni per i crolli.

Il prossimo candidato potrebbe essere proprio il Tempio di Minerva Medica.

E se mai fosse, speriamo di no, non saranno accettate le lacrime da coccodrilli, ma l’accertamento delle responsabilità di chi ha deciso di mantenere il passaggio, intorno al Tempio, di tram a peso assiale molto superiore ai tram attuali: politici, progettisti, consulenti, sovrintendenti e via elencando.

Il Tempio è stato già ucciso distaccandolo dalla città e dalla fruizione con la costruzione del rilevato dei binari in arrivo a Roma Termini da una parte e dall’altra le rotaie della Roma-Pantano che curvano sulla semicirconferenza del Tempio per aggirarlo.

Circondato, isolato, abbandonato, invisibile e chi ha detto che sia sito minore .

Ma forse avranno guai prima le Mura Aureliane infestate da cespugli, alberi, piante (perfino di capperi) e altre erbe che con le radici scavano tra i mattoni, favoriscono l’infiltrazione di acqua e  sono killer silenziosi e implacabili di uno dei monumenti più importanti della città, non un moncone desolato come i resti delle Mura Serviane a ridosso del Dinosauro della stazione Termini , ma un monumento di circa venti km, alte più di sette metri, larghe tre metri e mezzo con Torri a piante quadrata ogni cento metri.

Intorno, contro e attraverso le Mura  si è sviluppata per secoli la storia di Roma e oggi appaiono ridotte a Serre Aureliane o Bosco verticale antelitteram.

Non se la passa bene nemmeno il Circo Massimo trasformato in arena per concerti o campo base per eventi di diversa natura, tutti usi molto impropri che provocano effetti sul Palatino e l’Aventino e snaturano il Circo.

Non sono i cosiddetti “eventi” a misurare o sollecitare “l’attrattività” di Roma, l’audioguida delle terme romane di Barh UK è molto più argomentata ed efficace a far pensare a Roma, di certe dichiarazioni dei politici locali.

Roma non può e non deve essere rappresentata dalle buffonate in maschera da gladiatori o dalle ricostruzione di soldati dell’antica Roma con daghe di plastica e le polacchette ai piedi che fanno ridere più delle comparse con l’orologio del film Scipione l’Africano del 1937.

Allora si comprende come la storia millenaria della “Forma Urbis” è stata  determinata dalle scelte del potere e dei potenti del momento.

Dopo la Roma papalina arrivò la Roma umbertina dei Savoia che oltre al bianco carrara dell’altare della Patria, in luogo del travertino, portò prove di Torino nella progettazione e costruzione di quartieri della Città.

Poi la Roma del ventennio con gli sventramenti per i vialoni della Roma neoimperiale e  marciante.

Nel secondo dopoguerra  la città divenne marmellata di periferie e baracche, lo sprawl edilizio senza pianificazione da rendere irriconoscibile e  quasi irrecuperabile la Città.

Nello sforzo di risanamento e legalizzazione degli anni settanta ci furono scorciatoie e allucinazioni tipo Corviale e Tor bella Monaca.

Il bello realizzato con opere come, ad esempio, l’Auditorium o la Nuvola non riscattano la Città anzi finiscono per essere sottolineature dell’estraneamento di parti della città invisibile rispetto a parti della città visibile.

Non può essere un’opera, per quanto straordinaria, a riscattare la Città.

Quello che cambierebbe completamente la città è una straordinaria e diffusa  capacità di fruizione della Città, e questo si può ottenere solo con i sistemi di mobilità collettiva.

Le mura Aureliane resero più sicura la citta tanto da resistere a  tentativi di assalto e invasioni, e da essere ammodernate e manutenute per tre secoli da Imperatori e Papi, quindi non solo l’opera ma la funzione.

Nella Roma di oggi è la funzione che può diventare opera.

Rendere mobile Roma è la funzione opera più importanti, dicono della città a 15 minuti, ma ci si accontenterebbe anche di 30 minuti.

Salvare Roma significa creare le condizioni per una diffusa mobilità su ferro, per questo non servono le “stazioni più belle del mondo” o le “stazioni museo” ma stazioni efficienti, numerose, accessibili e il più presto possibile.

Aumentare le stazioni della rete ferroviaria urbana aumentandone l’accessibilità, utilizzare appieno la rete ferroviaria rappresenta la parte principale della funzione che si fa opera.

In altre parti del mondo il treno sta cambiando ha perso le rotaie e la rete elettrica viaggia per lievitazione a 270 km/h anche su percorsi brevi.

A Roma quelle rotaie portate dai tentativi di industrializzazione della seconda metà dell’ottocento e poi degli anni 20 del novecento, non hanno ancora esaurito la loro funzione, potrebbero tornare utili, indispensabili, con meno chiacchere e più fatti.

Il treno urbano e le metro potrebbe rappresentare la mobilità non aggettivata e la sostanza della funzione che diventa opera funzionale e rappresentativa di una rinascita della città.

Categoria: Attualità

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Article by: Enrico Sciarra