QUEL BAVAGLIO NASCOSTO NELLA MANOVRA: IL DIRITTO DI SCIOPERO NON SI MANOMETTE DI NOTTE

Un emendamento infilato nella manovra tenta di riscrivere il diritto di sciopero con una scorciatoia politica che ignora Costituzione, lavoratori e buon senso.

FAST-Confsal lo denuncia: così non si governa il Paese, si alimenta solo caos e sfiducia.


Ci sono momenti in cui bisogna fermarsi un secondo, respirare e chiedersi se davvero stiamo assistendo a una politica che ragiona o a una politica che reagisce. Perché l’emendamento infilato nella Legge di Bilancio — quello che pretende l’adesione preventiva individuale allo sciopero e, come se non bastasse, permette di “coprire” gli scioperanti con altri lavoratori liberi dal turno — non è un errore. È un atto di nervosismo. Un gesto di pancia.

E, soprattutto, è una sciocchezza pericolosa.

Sì, perché solo chi non conosce la Costituzione, il diritto del lavoro e la storia di questo Paese può pensare che si possa riscrivere il diritto di sciopero infilando una norma estranea dentro una manovra economica. È come cercare di riparare un orologio con un martello: non solo non funziona, ma alla fine ti ritrovi con i pezzi sparsi sul tavolo e ti chiedi perché.

Partiamo dalla base:

questa norma non può stare nella Legge di Bilancio. Punto.

La manovra serve per governare entrate, uscite, saldi, numeri. Non per disciplinare i diritti fondamentali. Chiunque abbia aperto una volta il regolamento parlamentare lo sa. E allora la domanda è inevitabile: perché metterla proprio lì?

La risposta è semplice: quando un obiettivo è politico e non tecnico, si tenta di far passare ciò che non passerebbe altrove.

Ma qui non siamo davanti solo a un esercizio di forzatura regolamentare. Siamo davanti a un rischio molto più grande: lo smontaggio surrettizio del diritto di sciopero, quel diritto che i nostri nonni hanno pagato con lacrime e repressione.

Perché obbligare un lavoratore a dichiarare in anticipo, nominativamente, che sciopererà — e dirgli pure che non può più cambiare idea — non è organizzazione del servizio. È schedatura.

E chi finge di non capire questo, finge deliberatamente.

Poi c’è l’altro aspetto, la follia vera, la parte che anche Orwell avrebbe definito “satira troppo esagerata per essere credibile”: la possibilità di coprire gli scioperanti con altri lavoratori liberi dal turno.

È il sogno proibito di ogni padrone del Novecento.

La linea di confine tra “garantire i servizi minimi” e “neutralizzare lo sciopero” non è solo valicata: è asfaltata.

In pratica si dice:

“Sciopera pure. Tanto ti rimpiazziamo.”

Che è come dire “Il tuo diritto c’è, ma solo sulla carta. In concreto non vale niente.”

E allora, di fronte a tutto questo, bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: questa non è una riforma. È una scorciatoia. È un espediente. È un trucco maldestro.

Se davvero si vuole parlare di sciopero nei servizi pubblici essenziali — e sia chiaro, si può e si deve farlo — la strada è un’altra.

Serve una discussione vera, non un colpo di mano.

Serve confronto, non dispetto.

Serve coinvolgere le parti sociali, non colpirle di lato.

Serve ascoltare i lavoratori, non stanarli con una dichiarazione anticipata.

La 146/1990, con tutti i suoi limiti, nasceva da questa logica: bilanciare interessi, mediare, evitare che un diritto fondamentale fosse usato come scalpello politico.

Oggi invece si tenta di manometterla a freddo, come se fosse una clausola qualsiasi. E la cosa grottesca è che basterebbe un minimo di buon senso per capire l’effetto dirompente di un simile gesto: invece di portare ordine, rischia di generare nuove tensioni, irrigidire le posizioni e produrre tensioni.

Quando si interviene su diritti così delicati senza metodo e senza ascolto, l’esito non è mai quello che si spera. Mai.

Il Paese ha bisogno di diritti certi, non di imboscate legislative. Ha bisogno di lavoratori rispettati, non di liste di proscrizione preventive. Ha bisogno di servizi pubblici forti, non di trucchi per farli sembrare tali.

E ha bisogno, soprattutto, di una politica che abbia il coraggio di guardare in faccia la realtà e di dirsi la verità, invece di nasconderla nei documenti contabili.

Noi, come FAST-Confsal, questa verità la diciamo.

E continueremo a dirla: con educazione, con fermezza, con la voce di chi non ha paura di schierarsi.

Perché il diritto di sciopero non è un optional.

È un pezzo di dignità collettiva.

E nessuno — davvero nessuno — ha il diritto di manometterlo tra le righe di una manovra.

Categoria: L'Editoriale

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Article by: Pietro Serbassi