IL GRANDE SPRECO SILENZIOSO DELLA SICUREZZA SUL LAVORO

Al convegno More-Safe emerge la fotografia di un Paese che ha gli strumenti per reinserire chi si è fatto male lavorando, ma continua a non usarli.


In un Paese che ogni giorno discute di sicurezza sul lavoro, c’è una storia che scivola sotto traccia. Non riguarda le tragedie, ma ciò che accade dopo. O, meglio, ciò che non accade. È la vicenda dei lavoratori che, una

volta infortunati o colpiti da malattia professionale, potrebbero tornare al lavoro grazie agli strumenti previsti dall’INAIL, ma che nella maggior parte dei casi restano sospesi, dimenticati dal sistema.

È il tema affrontato oggi al convegno organizzato da More-Safe A.P.S. al Museo Ninfeo, guidato da Giovanni Luciano, presidente dell’associazione, componente del CIV e figura centrale della cultura della sicurezza in Confsal. Da anni l’INAIL mette a disposizione risorse fino a 150 mila euro per progetto — come ricordato nel riepilogo tecnico della giornata — ma i progetti presentati si fermano a qualche decina l’anno. Numeri che stonano con un Paese che registra 550-600 mila denunce di infortunio e oltre 70 mila malattie professionali ogni dodici mesi.

La fotografia, illustrata da Luciano, è impietosa. Nel 2020 il CIV aveva destinato 40 milioni allo strumento, ma l’istituto ne ha spesi appena 2. E così negli anni successivi: una forbice sempre più larga tra ciò che si potrebbe fare e ciò che realmente si fa. Un paradosso che non può essere archiviato come semplice inefficienza amministrativa: è il sintomo di un problema culturale più profondo.

Cesare Damiano, già ministro del Lavoro, lo ha detto con la chiarezza che lo contraddistingue: «Restituire il lavoro significa restituire ident

ità. Non farlo, quando gli strumenti ci sono, è un fallimento collettivo». Parole riprese anche da Guglielmo Loy, presidente del CIV INAIL, che ha definito queste misure “strumenti senza tiraggio”.

Ma il convegno ha mostrato anche qualcosa in più: una parte del problema è interna all’istituto stesso. Come documentato nella trascrizione della giornata , alcune direzioni regionali — in particolare Lombardia e Marche — hanno sviluppato procedure chiare, rapporti virtuosi con consulenti e aziende, capacità di accompagnamento. Altre, invece, restano immobili. Il risultato è un’Italia “a macchia di leopardo”, dove l’accesso a un diritto dipende più dal territorio che dalla condizione del lavoratore.

E non è l’unica zona d’ombra emersa. Molti casi non vengono denunciati affatto. Soprattutto nei settoriad alto rischio, come i Vigili del Fuoco, dove la paura di ripercussioni sulla carriera porta a non segnalare traumi e sintomi. Nella trascrizione del convegno si legge: «Preferiscono non farlo, perché la malattia professionale può incidere su scatti, idoneità, futuro professionale» (riga 337) . Una scelta comprensibile sul piano umano, ma devastante sul piano dei diritti: senza denuncia non c’è riconoscimento, e senza riconoscimento non c’è possibilità di reinserimento.

A spiegare dal punto di vista tecnico le difficoltà delle imprese è stata la dottoressa Barbara Gatto, consulente del lavoro, che ha sottolineato come il 90% delle piccole aziende non conosca lo strumento. Roberto Capobianco, presidente di Conflavoro PMI, ha confermato che nelle imprese di minori dimensioni la paura dell’INAIL — visto erroneamente come un organo ispettivo — scoraggia l’avvio di qualsiasi procedura. A questo si aggiunge un timore ancora più radicato: l’idea che un lavoratore con limitazioni sia un problema anziché una risorsa.

 Domenico Cosentino, esperto di salute e sicurezza, ha insistito sulla necessità di uniformare le prassi interne dell’istituto. E in chiusura Pietro Serbassi, segretario generale FAST-Confsal, ha ricordato che il reinserimento deve diventare materia di contrattazione, parte integrante dei CCNL e dei protocolli aziendali. «Se lasciamo solo il lavoratore nel momento più fragile — ha detto — non parliamo più di sicurezza, ma di abbandono».

Ma il punto più convincente della giornata è stato forse un altro: non si tratta solo di “gestire una fragilità”. Si tratta di valorizzare una competenza. Chi ha affrontato un infortunio sviluppa più attenzione, più disciplina, più consapevolezza del rischio. In un Paese che invecchia e che fatica a trovare personale qualificato, questa non è una debolezza: è un patrimonio.

Gli strumenti ci sono. Le risorse ci sono. Le competenze pure.
Quello che manca è la volontà collettiva di farli funzionare.

In Italia continuiamo a considerare l’infortunio come una parentesi da archiviare. Ma un infortunio non si archivia: si accompagna, si ricostruisce, si reintegra.
Altrimenti alla ferita fisica si aggiunge una ferita civile: il lavoro perduto senza che nessuno abbia provato a restituirlo.

 

Il Paese può permetterselo?
La risposta, oggi, è sembrata la più semplice di tutte: no, non può più.

Categoria: Attualità

Tags:

Article by: sabrina Mancini