SIAMO SPECCHI ROTTI E NON RIFLETTIAMO PIÙ

Viviamo in un tempo in cui tutto accade troppo in fretta, e proprio per questo il pensare … che richiede lentezza, profondità, peso… appare come un lusso che pochi possono permettersi. Eppure, se c’è qualcosa che oggi andrebbe praticato come un gesto quotidiano, non per elevarsi ma semplicemente per restare umani, è proprio l’arte del pensare. Pensare deriva da pendĕre, “pesare”. Non un volo, non un’ispirazione, ma un gesto paziente, quasi artigianale. Pensare è pesare ciò che ci accade, portarlo tra le mani e soppesarlo come si fa con un oggetto fragile. Non per giudicarlo, ma per comprenderne la consistenza.

Vale dunque la pena ricordare ciò che intuivano Kant e, più tardi, Hannah Arendt … che pensare non è applicare un giudizio, non è collocare il mondo dentro le nostre categorie morali o concettuali. Per Kant, il giudizio nasce da una facoltà distinta, legata alla capacità di “riflettere” e di mettere in relazione… mentre il pensare rimane un esercizio preliminare, una sospensione, un domandare senza ancora decidere. Ed è proprio quella sospensione che Arendt chiamava “il due-in-uno della mente”, il dialogo silenzioso con se stessi che non serve a condannare o assolvere, ma a evitare l’automatismo del male e l’obbedienza cieca. Pensare, dunque, non è stabilire un verdetto… è aprire uno spazio in cui il giudizio potrà, eventualmente, formarsi… ma non è ancora quel giudizio.

E se la nostra epoca ha smarrito qualcosa, è proprio la capacità di dare peso. Ciò che non pesa scivola, si perde, si dissolve. E noi con lui. Pensare non significa inventare mondi, ma lasciarsi toccare dal mondo che c’è.

È forse qui che si rivela un altro tratto essenziale del pensiero… la sua natura di eredità vivente. Ogni volta che pensiamo, di fatto, proseguiamo un cammino iniziato molto prima di noi. Siamo attraversati da intuizioni antiche, da domande sedimentate nella storia, da gesti intellettuali che altri hanno compiuto prima che noi esistessimo. Il pensiero non nasce mai isolato… si innesta su ciò che l’umanità ha già interrogato, trasformandolo senza volerlo, anche quando crediamo di essere originali. Interrompere questo movimento significherebbe arrestare il flusso stesso della conoscenza, quel filo ininterrotto che consente all’umano di riconoscersi e di evolvere.

L’uomo pensa non perché vuole controllare la realtà, ma perché la realtà lo supera, lo interroga, lo inquieta. Il pensiero nasce da questa distanza incolmabile tra ciò che siamo e ciò che ci accade. È in questa distanza che si insedia l’umano. Chi pensa non pretende di possedere la verità… la percorre, la sfiora, la attraversa sapendo che nessuna verità è mai definitiva. Perché il pensiero non ha il compito di chiudere, ma di aprire. Il contrario del pensiero non è l’errore … è la fretta.

Prima di pensare, c’è un gesto più elementare, più antico, che rappresenta la condizione stessa della conoscenza: ascoltare. Non l’udire distratto che attraversa l’aria e si perde, ma l’ascolto che proviene da auscultare, l’atto di chi pone l’orecchio sul corpo del mondo per coglierne il respiro. Ascoltare è la disponibilità a lasciarsi ferire da ciò che non siamo, a concedere uno spazio a ciò che esiste al di fuori della nostra volontà.

Dal punto di vista scientifico, l’ascolto attivo è un’azione complessa … richiede attenzione sostenuta, capacità di sospendere il giudizio, apertura emotiva. Le aree cerebrali che si attivano quando ascoltiamo davvero coinvolgono non solo la corteccia prefrontale… ove ragioniamo … ma anche le regioni legate all’empatia. Il cervello ascolta con tutto il corpo.

E dal punto di vista filosofico, ascoltare è un atto di decentramento … significa riconoscere che non siamo il centro del mondo. È il gesto fondamentale per sottrarsi alla tirannia dell’io. Senza ascolto non c’è relazione, senza relazione non c’è pensiero. Il pensiero nasce quando il mondo ci attraversa. Nessuno pensa da solo, perché nessuno abita da solo. Siamo creature immerse in un flusso di linguaggi, immagini, memorie, emozioni. Pensare significa orientarsi dentro questa corrente senza esserne travolti. Significa esercitare una forma di vigilanza interiore… non quella diffidente che teme tutto, ma quella attenta che non si lascia ingannare dalla facilità delle semplificazioni.

Oggi la semplificazione è divenuta una virtù e la complessità un difetto. L’opinione ha preso il posto dell’argomentazione, lo slogan quello della riflessione. Ma l’opinione (opinari) — stimare senza verificare — non è pensiero… è una reazione. È l’automatismo di un tempo che non accetta la fatica del dubbio. Il pensare esige il contrario… la pazienza del non sapere, la lentezza dell’esplorare, la disponibilità a lasciarsi cambiare da ciò che si scopre. Perché il pensiero non è un possesso, ma un passaggio.

La neuroscienza ci ha insegnato che non c’è idea senza corpo. Pensare non è un atto etereo … è la modificazione concreta dei circuiti neuronali. Ogni intuizione genera un percorso nuovo, ogni dubbio ne mette in discussione uno vecchio. Il cervello, come i muscoli, ha bisogno di essere esercitato. Ciò che non usiamo si indebolisce, ciò che pratichiamo si rafforza. La capacità di concentrarsi, di articolare un ragionamento complesso, di restare nel silenzio senza provare ansia… tutto questo è frutto di allenamento. Pensare non ci rende più intelligenti … ci rende più presenti. In un mondo che ci vuole rapidi/lenti, reattivi/riflessivi, costantemente connessi/capaci di separarci. Perché solo chi pensa può dire di vivere, e non di essere vissuto.

Il pensiero non è consolazione. È un esame … un’apertura … un orizzonte. È ciò che permette all’uomo di non essere trascinato dallo scorrere delle cose, ma di sostarvi dentro, interrogandole e interrogandosi. Pensare è un invito a rallentare, a pesare le parole, ad ascoltare ciò che ci sfiora, a lasciarsi attraversare dalla complessità senza la paura di perdersi. Perché perdersi, talvolta, è l’unico modo per ritrovarsi nel luogo in cui il pensiero diventa finalmente ciò che è sempre stato … una forma di cura. Una forma di presenza. Una forma di umanità.

 

Categoria: Pensieri & Parole

Article by: Antonella Multari