Non conoscevo Alessandro. Ma conosco decine, forse centinaia di Alessandro.
Conosco tantissimi Alessandro che per servizio, a bordo di un treno, di un autobus o intorno a essi, tutti i giorni incontrano il mondo e a questo mondo devono chiedere, spesso, il rispetto delle regole. Gli Alessandro che, con una borsa in spalla e il cuore in gola, nelle ore più fredde – e non solo climaticamente – frequentano il degrado delle stazioni ferroviarie o dei depositi di autobus, ormai da molti anni terra di nessuno. Frequentati, specialmente nelle ore serali e notturne, da disperati e farabutti e non sempre è chiaro se sono disperati perché farabutti o il contrario: farabutti perché disperati.
Ma in fondo cambia poco perché di queste persone e di questo fenomeno non si occupa nessuno. Proprio nessuno.
Non parliamo degli eventi più tragici come la coltellata o (ricordate?) il colpo di machete; lì interesse c’è. Ma nelle centinaia di casi di aggressioni, insulti, sputi, delle molestie nei confronti delle colleghe non resta che una telefonata di affettata solidarietà e le cicatrici, fisiche e morali.
Aziende e istituzioni, quindi, si occupano del fenomeno per i tre o quattro giorni successivi all’episodio più tragico. Poi prendono la calcolatrice e cominciamo a fare i conti. Perché, per loro, della sicurezza di chi lavora nelle condizioni che abbiamo descritto, interessa solo il lato dei costi.
Noi siamo tutti Alessandro.
Loro no. Non sono Alessandro.