La notte di Capodanno a Crans-Montana non è stata soltanto un incendio, né può essere liquidata come una tragica fatalità. È stata piuttosto una rivelazione brutale, di quelle che squarciano il velo dell’ipocrisia istituzionale e costringono tutti a fare i conti con ciò che si è preferito non vedere. Quaranta morti, molti giovani, numerosi italiani, e una verità che emerge lentamente ma con una chiarezza implacabile: quel locale non veniva controllato da oltre cinque anni. Dal 2019 nessuna ispezione antincendio, nessuna verifica seria, nessuna domanda scomoda posta a chi gestiva uno spazio chiuso, affollato, carico di materiali e di persone. Cinque anni di silenzio amministrativo, cinque anni di fiducia mal riposta, cinque anni in cui lo Stato, o chi per esso, ha voltato lo sguardo altrove.
Non si tratta di un dettaglio tecnico, di una dimenticanza burocratica, ma di un vuoto istituzionale che pesa come una responsabilità collettiva. Perché quando un locale resta aperto al pubblico per anni senza controlli, il problema non è solo il gestore che risparmia sulla sicurezza, ma il sistema che consente, tollera, rimanda. È come scoprire che nessuno ha mai controllato il freno di un autobus che ogni notte trasporta centinaia di passeggeri, e stupirsi poi quando l’autobus finisce fuori strada.
La Svizzera, Paese che nell’immaginario collettivo incarna rigore e precisione, si scopre improvvisamente fragile, disattenta, persino indulgente. Ma il riflesso più inquietante arriva guardando a casa nostra. Perché subito dopo la tragedia di Crans-Montana, in Italia si assiste a una improvvisa epifania della sicurezza. Partono i controlli, si moltiplicano le ispezioni, arrivano le chiusure. Discoteche fermate in Lombardia, locali sequestrati, fino al caso simbolico del Piper Club di Roma, storico tempio della notte capitolina. E allora la domanda, semplice e brutale, si impone da sola: com’è possibile che tutto questo venga scoperto solo ora?
Davvero serviva una strage all’estero per accorgersi che anche in Italia esistono locali affollati, spesso interrati, con vie di fuga inadeguate, capienze elastiche, autorizzazioni mai davvero messe alla prova? Davvero solo a metà gennaio ci si accorge che strutture frequentate da centinaia di giovani non rispettano le norme minime di sicurezza? Quando sono stati fatti gli ultimi controlli prima di questa corsa improvvisa alla legalità? Chi ha verificato negli anni passati che quegli spazi fossero sicuri? Tutti ricordano le ispezioni del giorno dopo, ma di quelle del giorno prima non resta traccia, né memoria.
In Italia le norme esistono, nessuno lo nega. Sono articolate, dettagliate, spesso severe sulla carta. I locali di pubblico spettacolo dovrebbero essere soggetti a verifiche periodiche, piani di evacuazione, controlli sulle uscite, certificazioni antincendio. Eppure, se bastano poche ispezioni post-tragedia per scoprire irregolarità diffuse, allora il problema non è la mancanza di leggi, ma la loro applicazione intermittente, discontinua, talvolta distratta. La sicurezza diventa così un concetto elastico, che si contrae quando l’attenzione cala e si espande solo quando l’opinione pubblica è scossa.
In Svizzera si è scoperto che i controlli non c’erano proprio. In Italia si scopre ora che, pur esistendo le regole, molti locali non le rispettavano. In entrambi i casi, il risultato è identico: la vita delle persone affidata più alla fortuna che alla prevenzione. Ma la fortuna, come insegnava già Petronio, è una dea volubile, che non ama essere sfidata troppo a lungo.
Chiudere i locali non a norma è giusto, necessario, persino inevitabile. Ma se tutto si riduce a una reazione emotiva, a una stretta emergenziale destinata a durare finché i riflettori restano accesi, allora il problema resta intatto.
Perché la vera domanda non è chi chiudiamo oggi, ma perché non abbiamo controllato ieri. Perché per anni si è tollerato, rinviato, archiviato. Perché la sicurezza sembra sempre una scoperta postuma, mai una scelta preventiva.
Il diritto al divertimento non è in discussione. Ma esiste un diritto più elementare e più sacro, che viene prima di ogni musica e di ogni brindisi: il diritto a tornare a casa vivi. Garantirlo non può essere un atto eccezionale, attivato solo dopo una strage. Deve essere un dovere quotidiano, silenzioso, rigoroso.
Le vittime di Crans-Montana chiedono verità e giustizia, ma chiedono anche che la loro morte non diventi l’ennesimo pretesto per controlli tardivi e indignazioni a tempo.
Finché la sicurezza continuerà a essere scoperta solo dopo che il fuoco ha già fatto il suo lavoro, continueremo a contare i morti e a sorprenderci, ogni volta, come se fosse la prima. E invece non lo è. È solo l’ennesima volta che ce ne accorgiamo troppo tardi.