PREPOSTO, L’INCARICO CHE SPAVENTA: PERCHÈ SEMPRE PIÙ LAVORATORI SCELGONO DI DIRE “NO”

Responsabilità penali crescenti, poteri limitati e tutele insufficienti: il rifiuto dell’incarico non è una fuga, ma il segnale di un sistema da ripensare


Negli ultimi anni, in molte aziende italiane si sta diffondendo un fenomeno che racconta più di quanto sembri: sempre più lavoratori rifiutano l’incarico di preposto. Non è una moda passeggera né un gesto di ribellione. È piuttosto il sintomo di un sistema che chiede molto e restituisce poco, soprattutto a chi dovrebbe garantire la sicurezza quotidiana nei luoghi di lavoro.

Il preposto è una figura fondamentale: controlla che le attività si svolgano in modo corretto, vigila sul rispetto delle procedure e interviene quando qualcosa non va. Non è un dirigente, non è un semplice collega: è un lavoratore che opera sul campo, ma con responsabilità aggiuntive. In cantiere, in fabbrica, nei laboratori, nei magazzini, il preposto è il primo presidio di sicurezza. E proprio per questo oggi si trova al centro di un ruolo sempre più complesso.

Negli ultimi anni la normativa ha ampliato i suoi compiti. Le modifiche legislative più recenti hanno trasformato il preposto in un soggetto chiamato ad agire subito, senza esitazioni: deve fermare attività non sicure, richiamare i colleghi, segnalare ogni rischio, imporre comportamenti corretti. Non più un semplice “osservatore”, ma un vero garante operativo. E se qualcosa va storto, la responsabilità può ricadere direttamente su di lui.

Il problema è che questo aumento di obblighi non è stato accompagnato da un adeguato sostegno. Molti preposti si trovano a dover far rispettare regole rigide in contesti dove la pressione produttiva è altissima. Fermare una linea di produzione o bloccare un cantiere, anche solo per pochi minuti, può generare tensioni con colleghi e superiori. E quando si è in mezzo, tra chi organizza il lavoro e chi lo esegue, il conflitto è quasi inevitabile.

Non stupisce quindi che molti lavoratori preferiscano rifiutare l’incarico. Le ragioni più frequenti sono sempre le stesse: responsabilità penali elevate, rischio di sanzioni personali, mancanza di un riconoscimento economico adeguato, formazione spesso teorica e poco utile nella pratica. A tutto questo si aggiunge un clima di incertezza: fino a dove arriva la vigilanza del preposto? Quando è obbligato a intervenire? E cosa succede se il datore di lavoro non lo ascolta?

Il fenomeno non riguarda solo l’industria. Anche nella scuola, ad esempio, diversi docenti hanno contestato la nomina a preposto, sostenendo che il contratto collettivo non prevede un simile carico di responsabilità. In ambienti complessi come laboratori, palestre o spazi comuni, il timore di rispondere personalmente di eventuali incidenti è diventato un deterrente forte.

Le conseguenze di questo rifiuto diffuso sono evidenti: meno vigilanza effettiva, più rischi operativi, maggiore pressione sui datori di lavoro, tensioni interne e, in alcuni casi, ricorso a consulenti esterni. Ma soprattutto, un clima generale di insicurezza che non giova a nessuno.

Per invertire la tendenza servono interventi concreti. Prima di tutto un riconoscimento economico adeguato, perché assumersi responsabilità ha un valore. Poi una formazione realmente pratica, che aiuti il preposto a muoversi con sicurezza. Infine, servono strumenti chiari: poteri definiti, procedure realistiche, tecnologie che supportino la vigilanza senza scaricare tutto sulle persone.

Chi riceve una proposta di nomina dovrebbe sempre chiedere una formalizzazione scritta, chiarimenti sui poteri effettivi, formazione aggiornata e un compenso proporzionato. Accettare senza queste garanzie significa esporsi a rischi personali importanti.

Il ruolo del preposto resta fondamentale per la sicurezza sul lavoro. Ma perché qualcuno sia davvero disposto a ricoprirlo, è necessario che il sistema inizi a riconoscerne il valore, invece di considerarlo un semplice ingranaggio da sostituire. Solo così il “no” potrà tornare a essere un “sì” consapevole.

Categoria: Lavoro & Diritto

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Article by: sabrina Mancini