IL FEMMINICIDIO NON È UN DELITTO … UN SISTEMA

Dietro ogni femminicidio c’è una storia riconoscibile, una richiesta di aiuto non ascoltata e una responsabilità collettiva rimossa.


Federica lo sapeva. Non nel modo in cui si prevedono le date o i numeri, ma nel modo in cui il corpo riconosce il pericolo prima che diventi cronaca. Lo sapeva come lo sanno tutte le donne che vengono uccise… attraverso segnali minimi, silenzi che stringono, sguardi che controllano, parole che sembrano normali e invece scavano. Lo sapeva perché la paura, per le donne, non è mai improvvisa. È un’abitudine.

I dati lo confermano, anche se faticano a dirlo con umanità. Secondo l’ISTAT, la stragrande maggioranza dei femminicidi avviene in ambito familiare o affettivo. Partner, ex partner, uomini conosciuti. Non sconosciuti, non mostri improvvisi. Relazioni. Luoghi che dovrebbero essere sicuri. Il femminicidio non è un raptus: è un processo. Ha una storia, una traiettoria, una prevedibilità statistica che lo Stato registra solo dopo, quando il corpo è già diventato prova.

Federica lo sapeva come lo sanno tutte… molto prima che qualcuno le credesse. Perché in questo Paese la parola di una donna che dice ho paura non è considerata un fatto, ma un’opinione. Un’esagerazione. Un’emotività da ridimensionare. Finché quella paura resta viva, non è attendibile. Diventa credibile solo quando è morta.

E se una donna scappa… Se prende sul serio ciò che sente e se ne va? Allora viene messa alla gogna. Le si chiede perché non abbia resistito, perché abbia distrutto una famiglia, perché non abbia aspettato. La fuga femminile, in Italia, è ancora letta come colpa. La violenza, invece, come destino imprevedibile.

La violenza non nasce da un raptus, ma da una struttura emotiva fragile, da un’incapacità di elaborare la perdita, l’autonomia dell’altro, la fine del possesso. L’emancipazione femminile ha messo in crisi un’identità maschile costruita sul controllo. Una crisi che potrebbe diventare occasione di crescita e che invece, in soggetti emotivamente immaturi, si trasforma in aggressività.

Il femminicidio è spesso lucido. Lucido nel controllo, nella progressione, nella volontà di annientare ciò che non si può più dominare. Ma se il femminicidio è lucido, la risposta istituzionale è spesso ottusa. Le leggi arrivano tardi, intervengono quando il pericolo è già evidente, chiedono alle donne di dimostrare l’indimostrabile… che il male non è solo apparente, che la minaccia non ha ancora colpito ma già esiste.

Oggi la giustizia sembra essersi messa la coscienza a posto. Con la legge di dicembre 2025 sull’ergastolo per il femminicidio, lo Stato alza la voce dopo. Punisce più duramente, promette fermezza, costruisce una narrazione di severità. Ma alle vittime, e ai loro figli rimasti orfani, poco importa della pena quando la giustizia non è mai stata fatta. Perché una legge che arriva dopo il corpo, dopo il sangue, dopo la terra che si richiude, non è giustizia… è un atto riparatorio verso se stessa. È lo Stato che si assolve mentre le donne restano morte.

In questo Paese, ciò che una donna prova accanto a una mente disturbata viene compreso solo dopo il massacro. Dopo il corpo fatto a pezzi. Dopo il tentativo di bruciarlo. Dopo la terra umida che lo ricopre. Quando non parla più, quando non chiede più aiuto, quando non mette più in discussione il profilo perfetto di un uomo perfetto… lavoratore, padre, compagno, incensurato, rispettabile. Solo allora qualcuno le dà voce. Una voce postuma, inutile, che non salva nessuna.

Federica lo sapeva. E lo sapevano anche le altre. La vera domanda non è perché non siano state salvate, ma perché continuiamo a fingere di ascoltarle solo quando sono già due metri sotto terra.

Categoria: Pensieri & Parole

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Article by: Antonella Multari