Dalle aggressioni ai lavoratori al confronto con la politica. La vera emergenza non è normativa, ma di presenza dello Stato. E i protocolli duplicati rischiano di diventare un alibi.
Gli incontri che si sono svolti in questi giorni tra le organizzazioni sindacali e i principali gruppi politici, da Fratelli d’Italia al Partito Democratico fino al Movimento 5 Stelle, nascono da una sequenza di fatti che non possono più essere archiviati come episodi isolati. Le aggressioni nei treni e nelle stazioni, fino all’omicidio di un capotreno a Bologna, hanno riportato al centro una questione che da tempo cova sotto la cenere: la sicurezza nei trasporti non è più una variabile accessoria del servizio, ma una cartina di tornasole della capacità dello Stato di presidiare i propri spazi pubblici.
Il punto non è solo la recrudescenza della violenza, ma il contesto in cui essa avviene. Molte stazioni, soprattutto fuori dai grandi hub, sono diventate luoghi desertificati, svuotati di funzioni e di presenze. Spazi nati per essere attraversati e vissuti si sono trasformati in non-luoghi, dove l’assenza di presidio istituzionale crea vuoti che vengono occupati dal degrado. È qui che il lavoro quotidiano di capotreni, macchinisti, addetti al servizio ristorazione, addetti alla pulizia e decoro come gli addetti del trasporto pubblico locale diventa una linea di frontiera, spesso senza protezioni adeguate.
Nel confronto con la politica, FAST Confsal ha insistito su un punto essenziale: non si può parlare di sicurezza senza affrontare il tema della presenza. Riportare la Polizia Ferroviaria nelle stazioni non significa soltanto aumentare i controlli, ma restituire a quei luoghi una funzione pubblica riconoscibile. Una stazione presidiata è più sicura, ma è anche più vissuta, meno esposta a quelle dinamiche di abbandono che alimentano l’insicurezza stessa.
In questo quadro è però necessario evitare un equivoco di fondo. Il rafforzamento di FS Security può rappresentare un supporto utile alla tutela degli asset aziendali, e il personale è a pieno titolo uno di questi asset fondamentali. Ma la gestione dell’ordine pubblico e la protezione delle persone restano prerogative dello Stato. Confondere i piani significa scaricare impropriamente sulle aziende e sui lavoratori responsabilità che non competono loro e, al tempo stesso, arretrare sul terreno della sicurezza pubblica.
C’è poi un nodo decisivo che riguarda la governance. Oggi esistono due protocolli distinti sulla sicurezza, uno per il settore ferroviario e uno per il trasporto pubblico locale, nati per affrontare lo stesso fenomeno. La loro coesistenza ha prodotto sovrapposizioni e una scarsa efficacia applicativa. Non per mancanza di analisi, ma per frammentazione delle responsabilità. L’ipotesi di un protocollo unico non è una semplificazione burocratica, ma una scelta di coerenza: la violenza non distingue tra treno e autobus, tra stazione ferroviaria e nodo di interscambio urbano.
Su questo punto FAST Confsal ha evidenziato come, quando sicurezza sul lavoro e sicurezza pubblica coincidono, sia necessario un coinvolgimento diretto del Ministero dell’Interno nella regia complessiva, anche all’interno degli osservatori e nel confronto con le parti sociali. È lì che si concentrano le leve decisive del presidio del territorio.
Resta infine il tema della certezza della pena. Una parte significativa delle aggressioni è riconducibile a soggetti che reiterano condotte di microcriminalità negli stessi luoghi. In questi casi la tutela della collettività e dei lavoratori deve prevalere sulla ripetizione indisturbata del reato. È un terreno sul quale l’azione del legislatore è determinante.
Non a caso, tutti i gruppi parlamentari incontrati hanno sottolineato che questo confronto rappresenta l’inizio di un percorso di collaborazione, anche in vista della condivisione del Disegno di legge e del Decreto legge che il Governo si appresta a presentare nell’ambito del cosiddetto pacchetto sicurezza. Un passaggio che, se accompagnato da un confronto reale e continuativo, può segnare un cambio di passo concreto.
La lezione che arriva dai fatti recenti è semplice. Non servono nuove dichiarazioni d’intenti né protocolli destinati a restare sulla carta. Serve una presenza dello Stato più visibile nei luoghi della mobilità quotidiana e una governance capace di assumersi responsabilità chiare. Le stazioni non possono continuare a essere periferie istituzionali. Sono piazze pubbliche. E come tali vanno presidiate.