ROMA IN MOVIMENTO: UNA STORIA DI ROTAIE, UOMINI E MEMORIA

C’era una Roma che non correva, ma che parecchio tempo fa camminava. Una Roma che si lasciava attraversare lentamente, seguendo il ritmo dei cavalli e il suono metallico delle ruote sui binari. Se si chiudono gli occhi, quasi si sente ancora quel rumore, leggero e continuo, lungo vie che oggi sono inghiottite dal traffico. È da lì che comincia la storia del trasporto pubblico romano: non da una macchina, ma da un passo.

Era il 1877 quando i primi tram a trazione animale iniziarono a percorrere la città. A gestirli era la Società Romana Tramways Omnibus (SRTO), una società privata di capitali inglesi. Roma, da poco diventata capitale d’Italia, stava cambiando volto, e quegli eleganti convogli trainati da cavalli rappresentavano qualcosa di nuovo: un modo diverso di vivere la città, di accorciare le distanze, di sentirsi parte di un insieme.

Le linee collegavano punti simbolici — Termini, Piazza del Popolo, San Pietro — e lungo quei percorsi non viaggiavano solo persone, ma storie, abitudini, giornate intere. Poco dopo, tra il 1880 e il 1881, arrivò anche la TFE, (Società anonima dei tramways e delle ferrovie economiche) un’altra società privata, contribuendo così ad allargare quella rete di trasporto ancora fragile ma già essenziale.

E accanto ai tram, fin dall’inizio, c’erano loro: gli uomini del servizio. Conducenti, bigliettai, uomini di fatica, addetti ai cavalli. Lavoravano all’aperto, sotto la pioggia o il sole, con turni lunghi e poche tutele. Eppure, senza saperlo, stavano dando forma a una figura destinata a restare nel cuore della città: il Tranviere.

Una parola semplice, nata da “tramvai”, ma che nel tempo è diventata molto di più. Non indica solo un mestiere, ma un’identità. Ancora oggi, a Roma, anche chi guida un autobus viene chiamato così. Perché il tranviere non è solo chi conduce un mezzo: è chi accompagna la città.

Quando nel 1895 arrivò l’elettricità, Roma cambiò ritmo. I cavalli lasciarono il posto ai motori elettrici, e i tram iniziarono a muoversi più veloci, più sicuri. Linee come la Termini–San Silvestro o la Venezia–San Giovanni divennero arterie vitali, percorsi quotidiani che scandivano la vita dei romani.

Ma la città cresceva, e con essa cresceva anche la necessità di ordine nelle strade.              Le società private, pur fondamentali all’inizio, non bastavano più a gestire un sistema così complesso. Così, nel 1909 il Comune di Roma, dell’illuminato Sindaco Ernesto Nathan, fece una scelta destinata a cambiare tutto: il trasporto pubblico divenne un servizio della città. Nacque l’Azienda Tramvie Municipali (ATM).

Fu un passaggio importante, quasi simbolico. I tram non appartenevano più a società lontane, ma ai Romani stessi. E i tranvieri, da lavoratori di imprese private, diventarono parte viva di un servizio pubblico. Da quel momento, il loro lavoro assunse un significato diverso: non solo guidare per il profitto di società private, ma servire la città.

Gli anni passarono, e Roma continuò a trasformarsi. Arrivarono gli autobus, più flessibili, e i filobus, sospesi ai fili elettrici sopra le strade. Nel 1929 l’azienda divenne ATAG (Azienda tramvie e autobus del governatorato), segnando una nuova fase, e poi nel 1944, in una città ferita dalla guerra ma piena di voglia di ricominciare, nacque l’ATAC, il nome che ancora oggi accompagna la quotidianità dei romani.

Intanto, i tram continuavano a raccontare la città. Alcune linee sono rimaste nella memoria come vecchi amici: la linea 3, che attraversa quartieri pieni di storia come Trastevere e Testaccio; la 19, che collega la zona popolare di Centocelle e passando per il Vaticano taglia Roma come un filo sottile; la 8, più recente, che ha riportato il tram fino a Piazza Venezia, quasi a voler ricucire un legame antico.

Poi arrivò anche la metropolitana. Nel 1955 la Linea B iniziò a correre sotto Roma, seguita dalla Linea A nel 1980 e, molti anni dopo, dalla Linea C. Ma scavare a Roma non è mai solo costruire: è incontrare il passato, fermarsi, ricominciare. E forse è anche per questo che la città, anche quando prova ad accelerare, non può dimenticare mai la sua storia infinita.

E in tutto questo tempo, tra cambiamenti, difficoltà e trasformazioni, una cosa è rimasta costante: la presenza dei tranvieri.

Sono cambiati i mezzi, i turni, le tecnologie. Ma non è cambiato lo spirito. Sono loro che ogni giorno affrontano il traffico, le attese, le tensioni di una città complessa. Sono loro che, spesso in silenzio, tengono insieme il ritmo di Roma.

E ogni tanto, tra la normalità delle giornate, emergono storie che raccontano chi sono davvero: conducenti che fermano il mezzo per soccorrere un passeggero, che evitano incidenti con un gesto rapido, che aiutano chi è in difficoltà senza pensarci due volte. Non finiscono sempre sui giornali, ma restano nella memoria di chi li ha visti.

È un eroismo discreto, quotidiano. Ed è forse proprio questo a renderlo così autentico.

Oggi il trasporto pubblico romano vive tra luci e ombre. È un sistema complesso, spesso criticato, a volte fragile. Ma continua a essere indispensabile. E continua a vivere grazie alle persone che lo rendono possibile.

Raccontare questa storia significa raccontare Roma stessa. Una città che cambia, che si adatta, che a volte inciampa, ma che non smette mai di muoversi.

E se si presta attenzione, tra il rumore dei motori e la fretta moderna, si può ancora percepire qualcosa di antico: il suono lontano di un tram che avanza lento, e accanto a lui la figura di un tranviere.

Una presenza discreta, familiare.
Una parte, silenziosa ma fondamentale, dell’anima di Roma.

Categoria: Scenari

Article by: Francesco Menegat