Dal convegno alla Sapienza del 31 marzo all’interpellanza parlamentare sullo sciopero, cresce un rischio: decidere chi rappresenta i lavoratori non con la legge, ma con le opinioni
C’è un passaggio, nel dibattito sul lavoro che si è acceso il 31 marzo alla Sapienza di Roma, che merita attenzione. Non per il tecnicismo, che pure era elevato, ma per il linguaggio. In un convegno dedicato all’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori e alla nozione di sindacato “comparativamente più rappresentativo” – organizzato proprio in vista della decisione della Cassazione su un tema cruciale – sono circolate espressioni come “contratti pirata” e “sindacati che danno fastidio”.
Parole che, prese isolatamente, non scandalizzano nessuno. Ma dette in quel contesto, da chi il diritto lo studia e lo insegna, cambiano significato. Perché il diritto non vive solo di norme, ma anche del linguaggio con cui viene interpretato. E quando il linguaggio si sposta dal piano giuridico a quello valutativo, il rischio è che anche le decisioni lo seguano.
Il punto è semplice e riguarda tutti. Nel nostro ordinamento non esiste il “contratto pirata”. Esiste il contratto collettivo, che può essere più o meno diffuso, più o meno applicato, ma resta un atto giuridico. Allo stesso modo non esistono sindacati “fastidiosi”. Esistono organizzazioni che rappresentano lavoratori, in misura maggiore o minore. Tutto il resto è opinione.
Eppure, proprio su questo crinale si sta giocando una partita delicata. La recente evoluzione della giurisprudenza, culminata nella sentenza della Corte costituzionale che ha riscritto i criteri dell’articolo 19, ha introdotto un concetto apparentemente neutro come la “rappresentatività comparata”. Ma dietro questa formula si nasconde un problema enorme: chi decide, e con quali criteri, chi è rappresentativo?
Se i parametri sono chiari, il sistema regge. Se invece diventano elastici, il rischio è che la selezione avvenga in modo implicito. Non più sulla base dei lavoratori rappresentati, ma sulla base della “qualità” attribuita a quel sindacato. E qui il salto è pericoloso. Perché la qualità, nel diritto, non può essere un giudizio discrezionale.
Nel dibattito accademico si è parlato, giustamente, del rischio di accreditamento datoriale. Cioè della possibilità che sia l’impresa, scegliendo il contratto collettivo da applicare, a scegliere anche il sindacato con cui relazionarsi. Ma c’è un rischio speculare, meno dichiarato: che sia il sistema, attraverso interpretazioni sempre più selettive, a decidere quali sindacati siano legittimi e quali no.
Nel frattempo, mentre si discute di rappresentanza, si restringono anche gli spazi del conflitto. Lo dimostra la recente delibera di orientamento n. 26/88 dell’11 marzo 2026 della Commissione di Garanzia Sciopero, che ha esteso l’applicazione della legge sullo sciopero all’intera filiera della logistica. Una scelta che ha sollevato più di una perplessità e che ha portato l’onorevole Andrea Casu a presentare il 31 marzo scorso un’interpellanza urgente al Governo. In quel testo si parla chiaramente del rischio di comprimere il diritto di sciopero e di alterare un equilibrio costruito in oltre trent’anni.
Il collegamento tra questi due piani – rappresentanza e sciopero – è più stretto di quanto sembri. Se si restringe chi può rappresentare i lavoratori e, nello stesso tempo, si limita lo strumento principale di pressione collettiva, il risultato è uno solo: si riduce la capacità del lavoro di organizzarsi e farsi sentire.
A questo punto la questione non è più tecnica. È di principio. La Costituzione garantisce la libertà sindacale e il pluralismo. Non dice che i sindacati devono essere pochi, né che devono piacere a qualcuno. Dice che devono essere liberi.
E invece il clima che si respira è diverso. Si tende a distinguere tra sindacati “seri” e altri meno, tra contratti “buoni” e altri sospetti, senza che queste categorie trovino un fondamento giuridico preciso. È un modo sottile, ma efficace, per selezionare gli interlocutori senza dirlo apertamente.
In questo scenario, realtà come FAST Confsal, attive nei settori dei trasporti, delle infrastrutture e dei servizi, pongono una questione semplice: il diritto di esistere nel sistema sindacale non può dipendere da giudizi esterni. Deve basarsi sulla rappresentanza effettiva, sulla presenza nei luoghi di lavoro, sull’attività svolta.
Se un sindacato rappresenta lavoratori, ha titolo per stare al tavolo. Anche se non è tra i più grandi. Anche se, appunto, “dà fastidio”.
Il diritto del lavoro italiano è nato dal conflitto, non dall’uniformità. E ogni volta che si è cercato di semplificarlo selezionando i soggetti, si è finito per impoverirlo. Perché il pluralismo può essere scomodo, ma è l’unica garanzia che il sistema resti libero.
Il problema, oggi, non sono i sindacati che disturbano. Il problema è un diritto che rischia di abituarsi troppo facilmente a eliminarli.