Il 15 aprile si celebra la Giornata Internazionale dell’Arte, istituita per valorizzare il ruolo dell’arte nello sviluppo della creatività, del dialogo e della coscienza umana. La data coincide con la nascita di Leonardo da Vinci, simbolo di un sapere in cui arte, scienza e immaginazione non conoscevano confini. Promossa dall’International Association of Art, partner dell’UNESCO, la ricorrenza riconosce nell’arte un linguaggio universale capace di favorire libertà di espressione e educazione. Ma oltre la celebrazione, invita a interrogare ciò che chiamiamo arte e le sue metamorfosi.
La storia della definizione di arte non è lineare, ma attraversata da deviazioni epistemologiche e riconfigurazioni del pensiero che riflettono trasformazioni più ampie nel modo in cui l’essere umano si relaziona al mondo, al sapere e alla società. Ogni passaggio non è solo conquista, ma anche perdita… qualcosa viene sempre lasciato indietro, espulso, dimenticato. E tuttavia, ogni tentativo di ordinarla rischia di tradire ciò che pretende di chiarire.
Da abilità tecnica e imitazione del reale, l’arte diviene progressivamente un ingranaggio concettuale, sociale e critico. Questo divenire non segue una traiettoria imperturbabile, ma un attrito continuo tra ciò che si mostra e ciò che resiste.
Nel mondo antico, l’arte è innanzitutto techne, abilità regolata e orientata alla riproduzione del reale. In Platone, nella Repubblica, è mimesis, imitazione della realtà sensibile, a sua volta copia imperfetta del mondo delle Idee. L’arte risulta così ontologicamente inferiore… copia di una copia, illusione che allontana dalla verità. Eppure, già in questa condanna echeggia una paura… che l’immagine non si limiti a riflettere, ma sia capace di trattenere e alterare ciò che mostra.
Diversamente, Aristotele, nella Poetica, riabilita la mimesi, riconoscendole una funzione conoscitiva ed emotiva. L’arte non è duplicazione, ma trasfigurazione della realtà attraverso schemi universali. Con la catarsi introduce una dimensione psicologica: l’arte organizza e attraversa le passioni. Non copia il reale… lo rende pensabile attraverso il corpo.
Tra XVIII e XIX secolo si verifica una svolta cruciale: l’arte si emancipa dalla funzione imitativa e rivendica la propria autonomia. In Immanuel Kant, nella Critica del Giudizio, il bello è un piacere disinteressato, svincolato da utilità e desiderio. Ma questo disinteresse è davvero neutrale, o costruisce un’idea di soggetto separato dal mondo, capace di contemplare senza essere toccato… E questa purezza rischia di sottrarla al mondo che la genera, rendendola sospesa?
Con Georg Wilhelm Friedrich Hegel, nell’Estetica, l’arte è il luogo in cui l’Idea prende forma sensibile, rendendosi accessibile all’esperienza. Ma proprio in questa funzione si iscrive il limite che la attraversa: ciò che deve esprimere eccede progressivamente la forma che lo contiene. L’arte diventa allora insufficiente rispetto al contenuto che è chiamata a manifestare. Non si tratta di una scomparsa, ma di una trasformazione del suo statuto: l’arte continua a esistere, ma non è più il luogo privilegiato della verità. Il sapere si sposta, si riorganizza, trova nella filosofia una forma più adeguata. In questo slittamento si apre un passaggio decisivo… l’esperienza sensibile non coincide più con il centro del pensiero, e l’arte resta come eccedenza… presenza che persiste, ma non più fondativa.
Tra XIX e XX secolo nasce una lettura sistematica dell’arte: da linguaggio storico in continuo mutamento (Ernst Hans Gombrich), a memoria delle immagini che sopravvivono e ritornano (Aby Warburg), fino alla decifrazione dei codici culturali (Erwin Panofsky). Qui l’arte non è più oggetto, ma stratificazione di tempi, ritorni, sopravvivenze.
Nel XX secolo, il concetto di arte subisce una ridefinizione radicale. Non è più legato alla bellezza o alla tecnica, ma al contesto e al discorso. John Berger mostra come vedere sia un atto culturale e sociologico: l’arte diventa tensione tra potere, genere e ideologia. Con Arthur Danto e After the End of Art, si afferma la teoria dell’artworld: ciò che rende qualcosa arte è il contesto che lo riconosce. Dopo la fine dell’arte come progresso lineare, tutto può essere arte se inscritto in un discorso. Ma se tutto può essere arte, cosa non può più esserlo? E chi resta fuori da questo spazio di riconoscimento? Un gesto come l’orinatoio di Marcel Duchamp mostra con evidenza questo slittamento… non è l’oggetto a cambiare, ma lo sguardo che lo legittima. L’arte non è nell’opera, ma nel limite che la rende visibile come tale.
Critici come Hal Foster e Rosalind Krauss mostrano come il Novecento sia attraversato da fratture che ridefiniscono radicalmente lo statuto dell’opera: modernismo, postmodernismo, concettualismo. L’arte si libera dai suoi vincoli materiali e si apre al processo, al gesto, alla relazione. Ma questa apertura non è priva di conseguenze… ciò che guadagna in possibilità, perde in resistenza.
L’opera non trattiene più lo sguardo, non impone un tempo, diventa attraversabile.
In questo scenario, Francesco Bonami individua un punto critico: la scomparsa di criteri condivisi. Non è soltanto la definizione di arte a vacillare, ma le condizioni stesse del suo riconoscimento. L’arte non chiede più è bello?, ma che cosa produce? e soprattutto per chi, e dentro quale sistema di relazioni.
L’arte non è più definibile attraverso una singola essenza. È passata dall’essere specchio del mondo a campo di produzione di senso. Se per Platone era copia, oggi è un sistema che interroga la realtà stessa. Non rappresenta il mondo… ne modifica le condizioni di visibilità.
Non guardiamo più l’arte per vedere il mondo. È il mondo che, attraverso l’arte, impara a guardarsi L’arte si piega. Ritorna. Si contraddice. E soprattutto, ci possiede. Non la osserviamo soltanto. L’arte è il piacere che non si consuma ma si compie. È il desiderio che vibra nel corpo. Non resta in superficie… scava e insiste. È una carezza lunga… poi uno strappo. Uno sguardo che inarca l’intelletto… mette a nudo l’eccitazione. È un atto erotico e eroico del pensare.
Allora, nel giorno in cui la celebriamo, potremmo smettere di chiederci cosa sia stata e iniziare, più semplicemente, a lasciarci toccare da ciò che continua ad accadere in noi quando Lei ci è accanto.