IL LAVORO E IL PREZZO DELL’ESISTENZA

(quanto di te ti è stato chiesto di sacrificare per poter dire di avere un posto nel mondo?)

Come Il Pensatore di Auguste Rodin, il lavoro non appare come semplice occupazione, ma come condizione dell’esistenza: un corpo contratto, teso, che regge il peso del vivere e pensa attraverso la fatica. Non è soltanto produzione, ma misura del rapporto tra l’uomo e il potere, tra dignità e costrizione, tra libertà e sopravvivenza. Il Primo Maggio non celebra il lavoro in sé, ma il diritto a non esserne divorati.


Ci insegnano presto che per avere diritto a esistere bisogna essere utili. Prima ancora di imparare a vivere, impariamo a giustificare la nostra presenza.

Il lavoro comincia proprio qui: non nel contratto, non lungo i binari, nel cantiere, nella fabbrica, nelle aule, non dietro una scrivania… ma in questa domanda: “Quanto di te ti è stato chiesto di sacrificare per poter dire di avere un posto nel mondo?” Una domanda ancestrale e crudele, che si posa sul corpo umano come una seconda pelle.

Lavorare, da sempre, non significa soltanto produrre: significa appartenere, essere riconosciuti. È stato pane e giudizio, sopravvivenza e disciplina, dignità e sottomissione.
È lì che si misura il rapporto tra l’uomo e il potere: nel tempo ceduto, nel corpo offerto, nella libertà contrattata. La storia del lavoro è la storia di questa tensione tra libertà e necessità, tra vita e sopravvivenza.

Per i Greci il lavoro manuale era considerato inferiore rispetto alla contemplazione. La libertà apparteneva a chi poteva sottrarsi alla necessità. L’uomo libero pensava… lo schiavo lavorava.

Con la modernità questa prospettiva cambia radicalmente. Il lavoro diventa fondamento dell’identità sociale. Con Karl Marx il lavoro assume una doppia natura: è ciò che realizza l’uomo, ma anche ciò che può distruggerlo. Quando il lavoratore non si riconosce più nel prodotto del proprio operare, nasce l’alienazione. Non è più il lavoro a servire l’uomo, ma l’uomo a servire il lavoro. Il lavoro non produce soltanto merci: produce soggetti obbedienti.

E oggi, nel capitalismo avanzato, il controllo non avviene più soltanto attraverso la costrizione, ma attraverso il desiderio… bisogna amare il proprio lavoro, identificarsi con esso, offrirgli perfino la propria vocazione. Il sacrificio non basta più: si pretende devozione.

La letteratura del Novecento ha raccontato con straordinaria lucidità questa trasformazione.

In Memoriale di Paolo Volponi, la fabbrica è una febbre. Il protagonista non vive semplicemente il lavoro… lo subisce come una lenta dissoluzione psicologica. La produzione industriale diventa paranoia, perdita di sé, frattura interiore. La macchina non schiaccia soltanto il corpo, ma invade la mente. Spesso la fabbrica viene trasformata in un laboratorio umano e crudele. Gli operai vengono selezionati, misurati, adattati. L’essere umano viene tradotto in funzione. Non si entra in fabbrica come persone… si entra come strumenti.

George Orwell, ne Il mondo di sotto, scende nei sotterranei della società: cucine, miniere, pensioni miserabili. Racconta i lavori che nessuno vuole vedere, quelli che lasciano addosso odori che non vanno via. Esistono mestieri che non si raccontano ai figli.

Nel nostro presente, Michela Murgia, con Il mondo deve sapere, sposta questo inferno nei call center. Non ci sono più catene di montaggio, ma sorrisi obbligatori, entusiasmo simulato, parole da ripetere come litanie. La precarietà moderna ha sostituito la tuta con la cuffia.

Secondo i dati più recenti di ISTAT, il mercato del lavoro italiano mostra una crescita dell’occupazione, ma resta fortemente segnato dalla fragilità contrattuale, soprattutto tra i giovani. Nel primo trimestre del 2025 l’occupazione cresce, ma cresce anche l’incertezza. I lavoratori più esposti alla precarietà restano gli under 35, spesso intrappolati in contratti a termine, part-time involontari e collaborazioni discontinue. I dipendenti a termine diminuiscono leggermente, ma il problema strutturale resta: per molti il lavoro non è una costruzione di futuro, ma una proroga continua dell’incertezza.

La precarietà non riguarda solo un settore: attraversa scuola, sanità, logistica, commercio, turismo, cultura, ricerca, servizi digitali. Cambiano le forme, ma resta identica la sensazione… vivere sospesi, senza poter progettare davvero. Le nuove generazioni non cercano più soltanto il posto fisso… cercano una possibilità di sottrazione, una vita che non coincida interamente con la sopravvivenza.

Ci sono poi lavori che non alienano soltanto: uccidono.

La sicurezza sul lavoro dovrebbe essere il primo fondamento di ogni società civile, eppure continua a essere trattata come un costo e non come un diritto. I dati INAIL parlano con una chiarezza spietata: nel 2025 le denunce di infortunio sono state quasi seicentomila e i casi mortali oltre mille. Dietro questi numeri non ci sono statistiche, ma cucine apparecchiate per chi non tornerà, scarpe lasciate accanto alla porta, esistenze che non esisteranno più. Ogni morte sul lavoro è una casa che resta in attesa. Finché la sicurezza sarà subordinata alla fretta, al profitto, al risparmio, continueremo a chiamare fatalità ciò che spesso è responsabilità.

Il lavoro dovrebbe essere uno spazio di dignità, di crescita, di riconoscimento reciproco. Non una gabbia, ma una forma di presenza nel mondo. Non il luogo dove si consuma la vita, ma quello in cui la vita prende forma. Dovrebbe permettere autonomia, non dipendenza… tempo umano, non sola prestazione… giustizia, non paura. Lavorare non dovrebbe significare rinunciare a sé, ma costruire sé stessi.

In La chiave a stella, Primo Levi racconta proprio questo: il lavoro come precisione, intelligenza, responsabilità. Il montatore protagonista trova gioia nel fare bene, nel costruire qualcosa che resti. Esiste una nobiltà silenziosa del lavoro ben fatto. Non l’alienazione, ma il dialogo tra mano e mondo. Il lavoro, qui, non è sfruttamento ma forma di appartenenza.

Per questo immaginare un futuro diverso non è utopia, ma necessità. Una settimana lavorativa più corta, un reddito di base universale, una redistribuzione più equa del tempo e delle opportunità non sono fantasie irrealistiche, ma tentativi di restituire alla vita il suo primato sulla produzione.

Bertolt Brecht, in Domande di un lettore operaio, pone la questione più giusta: “Chi costruì Tebe dalle sette porte?” Non i re, ma gli uomini che portavano le pietre. La poesia smonta la retorica del potere e ricorda che ogni civiltà poggia su mani dimenticate. Ogni palazzo, ogni ponte, ogni città, ogni progresso ha fondamenta invisibili: uomini e donne che hanno dato tempo, forza, salute, spesso senza essere ricordati.

Per secoli il lavoro è stato il criterio con cui si è deciso chi meritava rispetto, cittadinanza, perfino amore. Ma se l’essere umano coincide soltanto con ciò che produce, allora la vita diventa una lunga contrattazione con la propria stanchezza.

Occorre allora restituire al lavoro una misura umana. Non negarlo, ma liberarlo. Non abolire la fatica, ma impedire che diventi consuetudine. Perché nessuna civiltà è giusta se per offrire un posto nel mondo pretende, in cambio, la scomparsa di chi lo abita.

Tra i diritti più grandi dovrebbe esserci quello di esistere e potersi realizzare senza dover continuamente dimostrare di meritarlo. Perché una società giusta non misura il valore umano solo da ciò che produce, ma da ciò che riesce a custodire: la salute, il tempo, la dignità, la terra, la possibilità stessa di avere un futuro. Quando il lavoro divora tutto questo, non sta più costruendo il mondo… sta consumandolo.

Categoria: Punti di vista

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Article by: Antonella Multari