CONTRATTI, RAPPRESENTANZA E LIBERTÀ SINDACALE: IL PLURALISMO NON È UN FASTIDIO DA ARCHIVIARE

Il CCNL intersettoriale manifatturiero Cifa-Confsal e il rischio di confondere la lotta al dumping con la difesa di un oligopolio contrattuale

Dopo l’intervento del professor Michele Tiraboschi sul nuovo CCNL intersettoriale manifatturiero Cifa-Confsal, una riflessione di merito; la rappresentatività è importante, ma non può diventare una barriera verso l’ingresso di chi prova a rappresentare mondi produttivi nuovi, frammentati e spesso ignorati.


Non ho alcuna intenzione di misurarmi con il professor Michele Tiraboschi sul terreno della dottrina giuslavoristica. Sarebbe un tentativo velleitario, oltre che poco utile per chi legge. Lui è professore ordinario di diritto del lavoro, studioso autorevole, firma abituale del dibattito sulle relazioni industriali. Io mi limito a ragionare da tecnico delle relazioni industriali, quale penso di poter essere definito, dopo anni passati non solo a leggere contratti, ma anche a vederli vivere nelle imprese, nei territori, nei settori meno illuminati dai riflettori della grande rappresentanza.

Proprio per questo l’articolo pubblicato dal Prof. Tiraboschi sul CCNL intersettoriale manifatturiero Cifa-Confsal merita una risposta. Non una risposta risentita, né difensiva. Una risposta nel merito.

Perché l’articolo ha un pregio: prende sul serio il tema. Non liquida il nuovo contratto come semplice episodio della cosiddetta proliferazione contrattuale, ma riconosce che esso intercetta fenomeni veri perché cito “pare rappresentare anche una risposta alla crescente esigenza di razionalizzazione organizzativa e finanziaria della rappresentanza”. Infatti, il contratto segnala fenomeni reali, tra cui: la crisi dei perimetri categoriali tradizionali, la trasformazione della manifattura, la frammentazione delle filiere, il peso crescente delle micro e piccole imprese, la difficoltà delle vecchie categorie industriali a rappresentare soggetti economici sempre meno riconducibili agli schemi del Novecento.

Fin qui, dunque, poco da eccepire.

Il problema nasce dopo. Emerge quando, dopo aver riconosciuto che la manifattura cambia, si torna a misurare l’innovazione contrattuale con il metro della vecchia manifattura. Nasce quando si prende atto che esistono imprese ibride, filiere corte, subfornitura, multiattività, contoterzismo, ma poi si pretende che chi tenta di rappresentare questo mondo debba già possedere i numeri, il radicamento e la forza dei grandi contratti storici dell’industria.

È un po’ come chiedere a un ponte appena costruito di dimostrare di aver già sopportato il traffico dell’Autostrada del Sole. Se è nuovo, per definizione non ha ancora quei numeri. La domanda seria non è quanti ci siano passati sopra il primo giorno. La domanda seria è se quel ponte sia costruito bene, se regga, se serva davvero a collegare due sponde che prima restavano separate.

Il punto non è chi firma, ma cosa si firma

La questione di fondo è semplice: il valore di un contratto collettivo si misura anzitutto dal suo contenuto.

Si misura dai minimi retributivi. Dal trattamento economico complessivo. Dalla qualità delle tutele normative. Dalla capacità di disciplinare orario, malattia, sicurezza, formazione, welfare, classificazione del personale, bilateralità. Si misura dalla sua coerenza con il mondo produttivo che intende regolare.

Non si misura solo dal blasone dei firmatari, né tantomeno dalla “base di copertura” pregressa.

Naturalmente la rappresentatività conta. Sarebbe ingenuo negarlo. In un sistema ordinato, la rappresentatività delle organizzazioni sindacali e datoriali è un elemento fondamentale. Una cosa è considerarla un parametro, altra cosa è trasformarla in un feticcio. Altra cosa ancora è usarla strumentalmente per affermare che soltanto chi parte da una “buona base di copertura” può sedersi al tavolo della contrattazione con dignità piena.

Qui sta il punto più delicato della riflessione del Prof. Tiraboschi. Egli richiama i dati Uniemens relativi ai contratti Cifa-Confsal nella manifattura e osserva che la base applicativa sarebbe oggi molto contenuta. Da questo dato trae una conclusione forte sotto il profilo soprattutto politico: Cifa e Confsal non rappresenterebbero la manifattura italiana in senso sistemico e numerico.

Ma questo, francamente, lo sapevamo già. Nessuno ha mai sostenuto che il nuovo CCNL intersettoriale manifatturiero Cifa-Confsal rappresenti oggi l’intera manifattura italiana, né che voglia sostituire Federmeccanica, Federchimica, il tessile, l’alimentare o gli altri grandi sistemi contrattuali consolidati.

La vera domanda è un’altra: esiste una parte della manifattura italiana che non si riconosce più pienamente nei perimetri tradizionali? O per meglio dire che necessità di un trattamento difforme da quello canonicamente adottato?

Esiste una manifattura minuta, diffusa, reticolare, fatta di microimprese, artigianalità evoluta, subfornitura, aziende con produzioni miste, servizi integrati alla produzione, lavorazioni accessorie, filiere locali e imprese che faticano a collocarsi dentro una sola categoria merceologica?

Se la risposta è sì, allora il tentativo di costruire una piattaforma contrattuale intersettoriale non è, di per sé, un’anomalia. È una possibile risposta.

Da verificare, certo. Da monitorare, certamente. Da giudicare nel merito, senza sconti. Ma non da liquidare preventivamente perché non nasce dentro il recinto delle grandi famiglie storiche.

L’articolo 39 della Costituzione non è un soprammobile

C’è poi un punto che non può essere aggirato: l’articolo 39 della Costituzione.

“La organizzazione sindacale è libera”. Poche parole, ma pesanti.

Non c’è scritto che l’organizzazione sindacale è libera purché piaccia ai soggetti già riconosciuti. Non c’è scritto che è libera purché si muova entro i confini tracciati dalle confederazioni storiche. Non c’è scritto che è libera solo se ha già milioni di lavoratori alle spalle. Non c’è scritto che è libera, ma con discrezione, senza disturbare troppo il paesaggio.

Il nostro ordinamento, piaccia o non piaccia, non ha mai attuato integralmente l’articolo 39 nella parte relativa alla registrazione dei sindacati e all’efficacia generale dei contratti collettivi. Ne è derivato un sistema imperfetto, certamente. Un sistema nel quale la rappresentatività comparativa ha assunto un ruolo crescente, soprattutto quando la legge deve individuare un contratto di riferimento. Ma questo non autorizza l’associazione comparativamente più rappresentativa ad avere una sorta di licenza esclusiva alla contrattazione.

La libertà sindacale non è libertà ornamentale. È libertà di organizzarsi, di rappresentare, di negoziare, di proporre modelli diversi.

Se invece diciamo che solo chi è già maggioritario può stipulare contratti collettivi degni di considerazione, allora stiamo costruendo un sistema chiuso. Un sistema nel quale i nuovi soggetti possono esistere, ma non incidere; possono parlare, ma non negoziare; possono rappresentare, ma solo entro limiti decisi da altri.

Questo non è pluralismo. È oligopolio sindacale.

E un oligopolio sindacale, per quanto possa essere rivestito di buone intenzioni e di nobili richiami alla lotta contro il dumping, resta pur sempre un oligopolio.

Il dumping si combatte sui contenuti, non con il pedigree

Sia chiaro: il problema dei contratti pirata esiste. Esiste eccome.

Esistono contratti collettivi costruiti non per tutelare lavoratori e imprese corrette, ma per abbassare il costo del lavoro, comprimere i diritti, produrre concorrenza sleale, offrire scorciatoie a chi vuole stare sul mercato pagando meno salario e meno tutele. Negarlo sarebbe irresponsabile.

Ma proprio perché il problema è serio, non possiamo affrontarlo con categorie pigre.

Non ogni contratto firmato da soggetti non confederali è un contratto pirata. Non ogni contratto firmato dai soggetti storici è automaticamente il migliore dei mondi possibili. Non ogni innovazione contrattuale è marketing. Non ogni operazione di aggregazione è un trucco.

Il discrimine deve essere oggettivo.

Il contratto garantisce retribuzioni adeguate?
Garantisce un trattamento economico complessivo non inferiore ai parametri di riferimento?
Garantisce welfare reale o solo dichiarato?
Prevede strumenti bilaterali funzionanti?
Disciplina formazione, salute e sicurezza, classificazione professionale, apprendistato, orario e flessibilità in modo equilibrato?
È coerente con il campo di applicazione che dichiara?
Produce tutela o dumping?

Queste sono le domande giuste da porsi e le basi da cui partire per garantire la dignità dei lavoratori.

E non chiedersi: “Chi ti ha autorizzato a entrare nel salotto buono della contrattazione?”

Perché il punto, in fondo, è tutto qui. Una parte del dibattito italiano sembra considerare la contrattazione collettiva come un salotto con posti assegnati. Chi è dentro da decenni ha diritto alla poltrona. Chi arriva dopo deve restare in piedi, magari in anticamera, in attesa che qualcuno gli riconosca il permesso di esistere.

Ma le relazioni industriali non sono un club inglese. Sono uno strumento costituzionale, sociale ed economico per regolare il lavoro.

E se il lavoro cambia, anche la rappresentanza deve poter cambiare.

Il decreto sul “salario giusto” non autorizza scorciatoie monopolistiche

Tiraboschi collega il nuovo CCNL Cifa-Confsal al decreto-legge n. 62 del 2026 sul cosiddetto “salario giusto”. È un collegamento corretto, perché quel decreto rafforza il tema della trasparenza, del monitoraggio, della congruità salariale, del contrasto al dumping.

Ma proprio quel decreto, letto con attenzione, non dice affatto che i contratti stipulati da soggetti diversi da quelli comparativamente più rappresentativi siano vietati o giuridicamente sospetti in quanto tali. Anzi il decreto è ben esplicito nel precisare all’art. 7 c. 3, che sono consentiti e validi al pari degli altri purché rispettivo il requisito qualitativo del “salario giusto”.

Il legislatore segue un’altra strada: individua nei contratti stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative un parametro di riferimento per verificare l’adeguatezza del trattamento economico. In altre parole, il problema non è l’esistenza di un contratto diverso. Il problema è se quel contratto diverso garantisca trattamenti inferiori.

È una differenza enorme.

Nel primo caso, avremmo un sistema chiuso, nel quale pochi soggetti hanno il monopolio della contrattazione legittima.

Nel secondo caso, abbiamo un sistema aperto, nel quale possono esistere più contratti, ma nessuno può essere usato per fare dumping salariale.

Questa seconda impostazione è più coerente con l’articolo 39 della Costituzione. Ed è anche più intelligente. Perché non confonde la lotta ai contratti pirata con la difesa automatica delle posizioni acquisite.

Il decreto 62/2026, dunque, non dovrebbe essere letto come un manganello contro il pluralismo contrattuale. Dovrebbe essere letto come una lente. Una lente attraverso cui osservare i contratti, compararli, misurarli, verificarne la qualità.

Se il CCNL intersettoriale Cifa-Confsal non regge alla prova dei contenuti, lo si dica. Se produce dumping, lo si dimostri. Se i trattamenti sono inferiori, li si confronti. Se le tutele sono deboli, le si indichi.

Ma se il giudizio si fonda prevalentemente sul fatto che oggi quel contratto è applicato da pochi, allora non siamo più sul terreno della qualità contrattuale. Siamo sul terreno della conservazione degli equilibri esistenti.

Nuovo non significa illegittimo

C’è un passaggio dell’articolo di Tiraboschi che merita attenzione: quello in cui si sottolinea la sproporzione tra l’ambizione narrativa del nuovo contratto e la sua consistenza applicativa attuale.

È un’osservazione comprensibile. Ma può diventare fuorviante.

Ogni esperienza contrattuale nuova nasce piccola. Nasce con una base limitata. Nasce con un’ambizione più grande della sua immediata applicazione. Se giudicassimo ogni nuovo contratto solo dai suoi numeri iniziali, nessuna innovazione sarebbe mai possibile.

Del resto, anche le grandi esperienze della rappresentanza non sono nate grandi. Sono diventate grandi perché hanno intercettato bisogni reali, perché hanno costruito organizzazione, perché hanno saputo offrire risposte.

Qui il tema non è concedere indulgenza a Cifa-Confsal. Il tema è evitare un criterio di giudizio strutturalmente ostile a ogni nuovo soggetto.

Dire che un contratto appena nato non ha ancora grande diffusione è un dato. Dire che per questo non merita legittimazione è una conclusione politica. E, a mio avviso, una conclusione discutibile.

Perché così si crea un cortocircuito: per essere legittimo devi essere diffuso; per essere diffuso devi essere riconosciuto; per essere riconosciuto devi essere già legittimo. Tradotto: chi è già fuori resta fuori e chi è già dentro resta dentro.

È una bella comodità per chi occupa il centro del sistema. Un po’ meno per chi prova a rappresentare pezzi di economia che il centro del sistema vede poco, conosce poco o considera periferici.

La piccola manifattura non è una nota a piè di pagina

Il punto più interessante del CCNL intersettoriale manifatturiero è proprio il suo tentativo di parlare a una manifattura che non coincide con la grande industria.

La piccola impresa manifatturiera italiana non è una deviazione statistica. È una parte strutturale del nostro modello produttivo. È fatta di aziende spesso fragili, ma anche dinamiche; poco sindacalizzate, ma non per questo irrilevanti; difficili da inquadrare, ma presenti in filiere decisive; poco rappresentate nei grandi tavoli, ma esposte quotidianamente alla competizione, ai costi, alla burocrazia, alla trasformazione tecnologica.

Queste imprese hanno bisogno di regole. Ma hanno bisogno di regole comprensibili, sostenibili, applicabili. Hanno bisogno di contratti che non siano semplicemente la miniaturizzazione dei modelli pensati per la grande impresa.

Naturalmente questo non significa abbassare salari o diritti. Qui bisogna essere chiarissimi: la specificità della piccola impresa non può mai diventare un alibi per pagare meno o tutelare peggio. Ma può richiedere strumenti diversi, più adattivi, più vicini all’organizzazione reale del lavoro.

Il contratto intersettoriale, in questa prospettiva, può avere una razionalità. Una parte generale comune, sezioni dedicate, un impianto capace di tenere insieme comparti diversi della manifattura leggera e diffusa. È una scelta che può essere criticata, ma non è priva di senso.

Anzi, per certi aspetti prende atto di ciò che molti fanno finta di non vedere: i confini settoriali tradizionali sono sempre meno netti. Produzione e servizi si intrecciano. Le filiere contaminano competenze. Le imprese svolgono attività plurime. Le classificazioni Ateco, molto utili, ma non sempre bastano a raccontare il lavoro reale.

Allora domandiamoci: è più moderno difendere rigidamente i vecchi perimetri o tentare di costruire strumenti contrattuali capaci di seguire le trasformazioni produttive?

La risposta non dovrebbe essere ideologica.

Bilateralità e servizi non sono parolacce

Tiraboschi legge l’operazione anche come una sofisticata strategia di marketing associativo. L’espressione è raffinata, come spesso accade nelle sue analisi. Ma, appunto, rischia di cadere in contraddizione.

Certo, ogni organizzazione cerca visibilità. Ogni contratto viene comunicato. Ogni sistema associativo prova a consolidare la propria base. Nessuno, nemmeno tra i grandi protagonisti della rappresentanza storica, stipula contratti nel silenzio monastico e senza alcuna ambizione reputazionale.

Ma il fatto che un contratto abbia anche una dimensione associativa non lo trasforma automaticamente in marketing, altrimenti si potrebbe dire lo stesso di molti altri se non di tutti.

La bilateralità, il welfare contrattuale, la formazione continua, i servizi alle imprese e ai lavoratori sono ormai parte essenziale delle moderne relazioni industriali. Non sono accessori. Non sono gadget. Non sono volantini promozionali.

Sono pezzi della rappresentanza.

Da questo punto di vista, l’esperienza di Fonarcom, richiamata dallo stesso Tiraboschi, è significativa. Non prova automaticamente la rappresentatività contrattuale di Cifa-Confsal, questo è vero. Ma prova una capacità organizzativa reale nel rapporto con un numero consistente di imprese. Prova che esiste un canale. Prova che esiste un’interlocuzione. Prova che quel mondo non è fatto soltanto di sigle sulla carta.

E allora anche qui la domanda dovrebbe essere meno insinuante e più concreta: questa infrastruttura di servizi può tradursi in buona contrattazione? Può sostenere welfare, formazione, certificazione delle competenze, sicurezza, politiche attive, bilateralità efficiente?

Se sì, liquidarla come marketing è troppo comodo.

Un po’ come guardare una macchina dal finestrino e dire che è solo vernice, senza aprire il cofano per vedere se il motore funziona.

Il vero rischio: combattere i contratti pirata costruendo rendite di posizione

La lotta al dumping contrattuale è sacrosanta. Ma bisogna stare attenti a non trasformarla in una battaglia di retroguardia a tutela dei soli soggetti storici.

Perché il rischio c’è.

Ogni volta che un nuovo contratto viene giudicato prima per chi lo firma e poi per quello che contiene, ci avviciniamo a un sistema nel quale la qualità diventa secondaria rispetto all’appartenenza. Ogni volta che il numero degli applicanti viene usato come criterio quasi esclusivo, dimentichiamo che la rappresentanza non è solo fotografia dell’esistente, ma anche capacità di costruire futuro. Ogni volta che il pluralismo viene trattato come sospetto, la libertà sindacale arretra.

Non serve essere professori ordinari per capire che un sistema chiuso protegge chi è già forte.

E qui mi permetto una piccola ironia, con il massimo rispetto per il professor Tiraboschi: a volte, leggendo certi ragionamenti, si ha l’impressione che la scienza giuslavoristica guardi al pluralismo sindacale come certi aristocratici guardavano il suffragio universale. Bello in teoria, purché non cambi davvero gli equilibri.

Ma il diritto del lavoro non dovrebbe servire a conservare gerarchie. Dovrebbe servire a regolare il conflitto, dare dignità al lavoro, garantire libertà, impedire abusi, accompagnare i cambiamenti produttivi.

E se il cambiamento produce nuove forme di impresa, nuove filiere, nuove identità professionali, allora è inevitabile che prima o poi produca anche nuove forme contrattuali.

Il pluralismo non assolve nessuno, ma obbliga a giudicare nel merito

Attenzione: difendere il pluralismo non significa assolvere preventivamente ogni contratto.

Il CCNL intersettoriale manifatturiero Cifa-Confsal dovrà dimostrare molto. Dovrà dimostrare di non essere un contenitore generico. Dovrà dimostrare di saper crescere. Dovrà dimostrare che la sua architettura intersettoriale non è un modo per confondere i perimetri, ma per governarli meglio. Dovrà dimostrare che la bilateralità funziona. Dovrà dimostrare che i trattamenti economici sono adeguati. Dovrà dimostrare che la piccola impresa non viene usata come pretesto per ridurre le tutele.

Ma questa è una verifica seria.

Diverso è insinuare che, siccome oggi i numeri sono piccoli, l’operazione sia soprattutto comunicazione, legittimazione politica o marketing associativo.

Può darsi che in parte lo sia. Ma quale operazione contrattuale non ha anche una dimensione politica e reputazionale? Anche i rinnovi dei grandi contratti nazionali sono messaggi al Paese, alle imprese, al Governo, agli iscritti, ai concorrenti associativi. Anche i grandi sistemi confederali fanno politica della rappresentanza. Solo che, quando la fanno loro, la chiamiamo responsabilità istituzionale. Quando la fanno altri, rischiamo di chiamarla marketing.

Questa asimmetria lessicale andrebbe maneggiata con prudenza.

Una proposta: meno scomuniche, più comparazione

Il modo migliore per discutere del CCNL Cifa-Confsal non è la scomunica preventiva. È la comparazione.

Si prendano i trattamenti economici. Si confrontino con i contratti leader dei settori di riferimento. Si verifichi il trattamento economico complessivo. Si guardino welfare, contribuzione, bilateralità, orario, maggiorazioni, malattia, inquadramenti, apprendistato, formazione, sicurezza. Si controlli se vi sono scostamenti peggiorativi e se sono giustificati o no. Si valuti se il contratto produce dumping o se invece offre una regolazione diversa ma dignitosa.

Questo sarebbe un dibattito utile. A chi? Detto fatto:

Utile ai lavoratori, che hanno diritto a non essere pagati meno in nome della flessibilità.

Utile alle imprese corrette, che hanno diritto a non subire concorrenza sleale.

Utile alle organizzazioni sindacali e datoriali, che devono essere giudicate sulla qualità del lavoro che producono.

Utile anche alla dottrina, che così eviterebbe il rischio di apparire, magari ingiustamente, più interessata alla geografia del potere contrattuale che alla sostanza delle tutele.

Il futuro della rappresentanza non si decide con il metro del passato

Il nuovo CCNL intersettoriale manifatturiero Cifa-Confsal può essere molte cose. Può essere un esperimento interessante. Può essere una sfida ambiziosa. Può essere una piattaforma ancora fragile. Può essere una risposta a bisogni reali. Può anche rivelarsi, alla prova dei fatti, meno innovativo di quanto promette.

Lo vedremo.

Ma non possiamo giudicarlo soltanto chiedendogli di essere già ciò che, eventualmente, potrà diventare solo nel tempo.

Il vero banco di prova sarà la qualità della contrattazione, non la nobiltà del cognome associativo. Saranno i salari, non le genealogie. Saranno le tutele, non i salotti. Sarà la capacità di rappresentare una manifattura che cambia, non la fedeltà ai perimetri del passato.

A Tiraboschi va riconosciuto il merito di aver posto una questione vera. Ma proprio perché la questione è vera, merita una risposta meno condizionata dalla forza dei numeri storici e più attenta alla libertà sindacale, alla qualità contrattuale e alla trasformazione reale del lavoro.

La rappresentatività è importante.
Il contrasto al dumping è indispensabile.
La trasparenza è necessaria.

Ma nessuno di questi principi autorizza a trasformare il pluralismo sindacale in una concessione revocabile da parte di chi occupa da tempo il centro della scena.

In democrazia, anche nelle relazioni industriali, chi arriva dopo non ha sempre torto. A volte porta solo una domanda che i primi non hanno più voglia di ascoltare.

Categoria: Lavoro & Diritto

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