L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NON FA PAURA SE RESTA UMANA

Dall’enciclica di Leone XIV arriva un richiamo che il sindacato dovrebbe raccogliere senza timori: non fermare il futuro ma governarlo, formando nuove professionalità e mettendo la persona al centro del lavoro che cambia.


 Mi pare che il merito più importante dell’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV sia quello di liberare il dibattito sull’intelligenza artificiale da due tentazioni opposte, l’idolatria della macchina e la paura della macchina. C’è chi vede nell’IA una promessa salvifica, capace da sola di risolvere inefficienze, ritardi, sprechi, carenze di personale e bassa produttività. E c’è chi la guarda come una minaccia assoluta, un nuovo nemico da respingere prima ancora di comprenderlo. Il Papa sceglie una via più seria, più adulta e più utile. La tecnologia non è il male, ma non è nemmeno neutrale. Dipende da chi la progetta, da chi la possiede, da chi la governa e, soprattutto, dal fine per cui viene usata.

È un’impostazione che parla direttamente al mondo del lavoro e, dunque, al sindacato. Perché se l’intelligenza artificiale entra nei processi decisionali, nell’organizzazione delle imprese, nella scuola, nell’università, nella sanità, nei trasporti, nella logistica e nei servizi pubblici, allora non siamo davanti a un semplice aggiornamento tecnico ma davanti a una trasformazione della società. E quando cambia la società cambia anche il lavoro, cambiano le competenze, cambiano le tutele, cambiano le fragilità e cambiano le opportunità.

Il report “Work 2024” richiamato in questi giorni coglie bene il punto. L’IA non sarà soltanto uno strumento da usare ma un’infrastruttura cognitiva destinata a ridefinire ruoli, processi, gerarchie e responsabilità. Può aumentare produttività e benessere, ma può anche creare nuove disuguaglianze. Può liberare tempo dalle mansioni ripetitive, ma può anche eliminare quei lavori di ingresso attraverso i quali i giovani imparano, sbagliano, crescono e diventano professionisti. Può aiutare imprese e pubbliche amministrazioni, ma può anche trasformarsi in un grande ascensore di analisi, controllo e sorveglianza, capace di misurare tutto e comprendere poco.

Qui sta la questione decisiva. Se spariscono i passaggi graduali dell’apprendimento, se un giovane non può più fare esperienza perché l’IA svolge direttamente tutte le attività di base, non avremo più solo un problema occupazionale. Avremo un problema di trasmissione del sapere. Non si diventa competenti saltando le tappe. Non si diventa macchinisti, tecnici, amministrativi, programmatori, manager, medici, giuristi o sindacalisti perché un algoritmo restituisce una risposta ben scritta. Si diventa competenti attraversando il lavoro, capendo gli errori, leggendo i contesti, assumendosi responsabilità crescenti. La vera innovazione non è togliere all’uomo la fatica di imparare ma aiutarlo a imparare meglio.

Per questo la scuola e l’università diventano il cuore della partita. Non basterà aggiungere qualche corso sull’intelligenza artificiale o distribuire nuove piattaforme digitali. Bisognerà cambiare il modo di formare. La scuola dovrà restare il luogo in cui si apprende la pazienza del ragionamento, la capacità di distinguere il vero dal plausibile, la forza della relazione educativa. L’università dovrà superare steccati che appaiono sempre più vecchi. Il tecnico dovrà conoscere l’etica e l’organizzazione. Il giurista dovrà capire dati e algoritmi. Il medico dovrà saper dialogare con sistemi predittivi senza perdere il giudizio clinico. L’economista dovrà misurare l’efficienza ma anche le conseguenze sociali. L’umanista dovrà entrare nei linguaggi della tecnologia senza rinunciare alla domanda di senso.

Il punto non è formare persone che sappiano soltanto usare strumenti destinati a cambiare rapidamente. Il punto è formare persone capaci di fare domande giuste. Perché l’IA può dare risposte ma la qualità del futuro dipenderà ancora dalla qualità delle domande umane. È qui che la riflessione del Papa incontra una visione sindacale moderna, liberale nel senso migliore del termine, cioè fiduciosa nell’iniziativa, nell’impresa, nella libertà, nell’innovazione ma indisponibile a ridurre la persona a variabile produttiva.

Come Confsal e come FAST-Confsal, da anni diciamo che la tutela non può essere soltanto difesa dell’esistente. Difendere il lavoro non significa congelarlo. Significa accompagnarlo, contrattarlo, renderlo più sicuro, competente, libero, dignitoso. Significa costruire welfare moderni, formazione continua, sicurezza, privacy, partecipazione, strumenti contrattuali capaci di governare le transizioni. Significa pretendere che la tecnologia sia al servizio dell’uomo e non l’uomo al servizio della tecnologia. Ma significa anche evitare di trasformarci nei luddisti del nostro tempo.

Ogni novità fa paura. È comprensibile. La storia del lavoro è piena di innovazioni che hanno prima inquietato e poi cambiato la vita delle persone. Ma il sindacato non può limitarsi a tenere le mani avanti. Non può vivere solo di diffidenza preventiva, né può lasciare che la discussione sull’IA sia occupata da tecnici, piattaforme, consulenti e grandi gruppi economici. Il sindacato deve entrare nel merito. Deve chiedere trasparenza sugli algoritmi quando incidono su turni, valutazioni, assunzioni, carichi di lavoro e sicurezza. Deve pretendere formazione vera, non addestramento frettoloso. Deve difendere i dati personali dei lavoratori. Deve impedire che la produttività diventi sorveglianza. Deve promuovere nuove professionalità, non solo denunciare quelle che scompaiono.

La sfida, dunque, non è scegliere tra progresso e protezione. La sfida è costruire un progresso che protegga e una protezione che non blocchi il progresso. Questo è il punto su cui l’enciclica è più attuale anche per chi non legge il tema da una prospettiva confessionale. Rimettere l’uomo al centro non è una frase da convegno. È un criterio di governo. Vuol dire chiedersi, davanti a ogni innovazione, se essa aumenta la libertà o la restringe, se accresce competenze o le impoverisce, se crea partecipazione o dipendenza, se produce lavoro dignitoso o soltanto efficienza contabile.

Un sindacato dovrebbe avere il coraggio di stare esattamente lì: non contro l’impresa, non contro il mercato, non contro la tecnologia ma contro l’idea che impresa, mercato e tecnologia possano bastare a se stessi. Il lavoro del futuro avrà bisogno di libertà economica, investimenti, competizione e produttività. Ma avrà bisogno anche di regole, responsabilità, corpi intermedi forti, contrattazione, formazione permanente e welfare adattivi. Senza questa architettura, l’IA rischia di premiare pochi e disorientare molti. Con questa architettura, può invece diventare un alleato della persona.

Il Papa ci ricorda che non dobbiamo costruire una nuova Babele, dove tutto è potenza, velocità e controllo. Dobbiamo piuttosto ricostruire una città abitabile, nella quale ciascuno abbia un tratto di muro da rialzare. Per il sindacato quel tratto di muro è il lavoro. Non il lavoro come nostalgia del passato ma come diritto al futuro. Non il lavoro come semplice occupazione, ma come luogo in cui la persona cresce, partecipa, contribuisce, viene riconosciuta.

Per questo l’intelligenza artificiale non va subita e non va venerata. Va capita, contrattata, governata e resa umana. È una sfida politica, educativa e sindacale. Ed è anche una grande occasione. A condizione di non perdere la rotta: le tecnologie cambiano, l’uomo resta il fine.

E su questo non possiamo permetterci distrazioni.

Categoria: L'Editoriale

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Article by: Pietro Serbassi