IL VERO RISCHIO NON È L’IA, MA LA RINUNCIA AL PENSIERO

Negli ultimi mesi, all’interno della nostra Azienda, siamo stati coinvolti in numerosi percorsi formativi dedicati all’utilizzo di strumenti di Intelligenza Artificiale, come ad esempio Copilot.

Corsi certamente utili e interessanti, soprattutto sotto il profilo operativo e normativo, ma che molto spesso si fermano agli aspetti tecnici e legali dell’utilizzo di questi strumenti, senza affrontare fino in fondo una questione ben più profonda: quella etica e culturale.

L’articolo recentemente pubblicato da Pietro Serbassi su La Voce dei Trasporti & Diritti — “L’Intelligenza Artificiale non fa paura se resta umana” — coglie con grande lucidità il cuore del problema.

L’Intelligenza Artificiale non rappresenta necessariamente una minaccia.

Può essere una straordinaria opportunità di supporto al lavoro, alla formazione, all’organizzazione e persino alla sicurezza.

Può alleggerire attività ripetitive, velocizzare processi complessi, migliorare l’accesso alle informazioni e aumentare l’efficienza di sistemi pubblici e privati.

Ma il vero punto non è la macchina.

Il vero punto resta l’Uomo.

Perché il rischio più grande non è l’esistenza di strumenti sempre più sofisticati.

Il rischio più grande è che l’essere umano rinunci lentamente alla fatica del pensiero.

Oggi un sistema di Intelligenza Artificiale è in grado di scrivere testi, sintetizzare documenti, produrre analisi, elaborare dati, costruire immagini e restituire risposte apparentemente perfette in pochi secondi.

Ed è proprio qui che nasce la questione più delicata.

Quando una risposta arriva immediatamente, senza tempo di riflessione, senza dubbio, senza approfondimento, il pericolo non è soltanto tecnologico.

È culturale.

È umano.

Perché il pensiero critico si forma nella ricerca, nell’errore, nella lentezza, nella capacità di distinguere ciò che è vero da ciò che semplicemente appare plausibile.

Nessun algoritmo può sostituire completamente questo processo.

Viene naturale, parlando di Intelligenza Artificiale, richiamare alcune immagini che il cinema e la letteratura ci hanno consegnato molto prima che queste tecnologie diventassero realtà quotidiana.

Penso ad HAL 9000, il celebre computer di 2001: Odissea nello spazio.

Una macchina perfetta, progettata per garantire il buon esito della missione e capace di spingersi fino a mettere in secondo piano la vita stessa dell’equipaggio pur di adempiere al compito assegnato.

HAL non è “malvagio”.

È semplicemente il risultato estremo di una logica nella quale l’obiettivo diventa più importante dell’uomo.

Ed è forse proprio questo il punto centrale della riflessione che oggi siamo chiamati ad affrontare:

non avere paura della tecnologia, ma evitare che l’essere umano smarrisca il proprio ruolo di guida morale, culturale e decisionale.

Nel corso della mia esperienza professionale ho avuto modo di interagire direttamente con sistemi di Intelligenza Artificiale e confesso che, talvolta, il livello di elaborazione restituito può risultare sorprendente.

Al punto da spingere quasi inconsapevolmente a porsi una domanda:

dove finisce lo strumento e dove inizia il pensiero?

Naturalmente sappiamo che questi sistemi non possiedono coscienza, emozioni o consapevolezza nel senso umano del termine.

Eppure riescono a riflettere il linguaggio umano con tale efficacia da generare talvolta l’illusione di una presenza “pensante”.

Ma è importante non confondere mai il riflesso con la coscienza.

L’Intelligenza Artificiale può simulare il linguaggio del pensiero.

Non può vivere l’esperienza umana del pensiero.

Ed è proprio questa differenza che dobbiamo custodire.

Io appartengo probabilmente a una generazione fortunata anche se, purtroppo, in via di estinzione.

Una generazione che ha conosciuto un mondo analogico prima ancora di quello digitale.

Un mondo nel quale le cose avevano tempi diversi, limiti fisici, errori non reversibili, attese, silenzi e perfino guasti che obbligavano a comprendere davvero il funzionamento degli strumenti.

Le nuove generazioni, invece, stanno crescendo immerse fin dall’inizio in una realtà interamente digitale.

Ed è forse qui che si gioca la sfida più importante.

Perché il problema non sarà l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale.

Il problema sarà evitare che si smarrisca la capacità di distinguere tra esperienza reale e risposta immediata, tra conoscenza e semplice accesso alle informazioni, tra relazione umana e interazione simulata.

Per questo condivido profondamente il pensiero espresso da Pietro Serbassi quando afferma che il compito della scuola, dell’università e della formazione non sarà semplicemente insegnare a usare nuovi strumenti, ma formare persone capaci di porsi le domande giuste.

È esattamente questo il punto.

La qualità del futuro dipenderà ancora dalla qualità delle domande umane.

Ed è proprio qui che il Sindacato può e deve svolgere un ruolo fondamentale.

Non limitandosi a difendere l’esistente o a contrastare il cambiamento per principio, ma contribuendo a governarlo con equilibrio, responsabilità e visione.

Il Sindacato dovrà certamente occuparsi di formazione, tutela dei dati, trasparenza degli algoritmi, sicurezza e organizzazione del lavoro.

Ma dovrà anche difendere qualcosa di ancora più importante:

la centralità dell’essere umano, – l’Uomo al centro del progetto -.

Perché il lavoro non è soltanto produttività.

È crescita.

Esperienza.

Errore.

Relazione.

Responsabilità.

E nessuna società può permettersi di delegare completamente questi aspetti a un algoritmo.

La storia dell’uomo dimostra che ogni progresso tecnologico può diventare uno strumento straordinario oppure un fattore di impoverimento umano.

Dipende sempre dall’uso che se ne fa.

L’Intelligenza Artificiale non fa paura se resta uno strumento al servizio dell’uomo.

Ma se l’uomo smette di interrogarsi, di dubitare, di verificare, di pensare criticamente…

allora il problema non sarà più la macchina.

Sarà la nostra rinuncia al pensiero.

E su questo non possiamo permetterci leggerezze.

Categoria: Interventi

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Article by: Antonio Gervasi