«Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia
legalo con l’intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l’ordine delle cose.»
Alda Merini
C’è un bambino che corre in un campo di vento. Tra le mani stringe il filo di un aquilone. L’aquilone sale, danza, si piega alle correnti invisibili, scompare per un istante dietro una nuvola e poi riappare più alto, come se volesse interrogare il cielo.
Viene da pensare a una delle immagini più care alla poesia di Alda Merini: il bambino che affida alla fantasia il compito di attraversare il mondo. Perché ogni bambino possiede un aquilone invisibile. È fatto di immaginazione, stupore, curiosità, possibilità. È il filo che lega ciò che è a ciò che potrebbe essere.
Eppure, oggi, quel filo sembra talvolta impigliarsi.
Si impiglia negli schermi che occupano ogni silenzio, nelle città senza cortili, nella povertà che costringe alcuni bambini a lavorare quando dovrebbero giocare, nella polvere che risale dalle città bombardate. Si impiglia nelle paure degli adulti che, nel tentativo di proteggere l’infanzia, finiscono talvolta per recintarla.
Per questo la recente istituzione della Giornata Internazionale del Gioco da parte delle Nazioni Unite non rappresenta soltanto una celebrazione simbolica. È un richiamo urgente.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha voluto ricordare al mondo un principio sancito dall’articolo 31 della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia: ogni bambina e ogni bambino hanno diritto al riposo, al tempo libero, al gioco e alla partecipazione alla vita culturale. Non si tratta di un privilegio, ma di un diritto fondamentale. Eppure, ancora oggi, milioni di minori ne sono privati a causa della povertà, delle guerre, delle disuguaglianze educative e di modelli di vita sempre più frenetici e iperstimolanti.
Il gioco non è un lusso. Non è una perdita di tempo. Non è un intervallo tra attività considerate più importanti. Il gioco è una delle forme più alte della crescita umana. Il mestiere segreto dell’infanzia è inventare.
I bambini inventano mondi dentro una scatola di cartone. Trasformano una coperta in una nave pirata, una pozzanghera in un oceano, un bastone in una spada o, meglio ancora, in uno strumento di pace. In una bacchetta magica capace di rendere buoni i cattivi e “buoni buoni” quelli già buoni.
Chi osserva superficialmente vede soltanto un gioco. Chi osserva con attenzione assiste alla nascita del pensiero.
Lo aveva compreso bene Jean Piaget quando spiegava che il bambino costruisce la propria conoscenza agendo sul mondo. Lo aveva colto Lev Vygotskij, per il quale il gioco rappresenta il laboratorio nel quale si sviluppano le funzioni più complesse della mente. Lo aveva intuito Maria Montessori quando sosteneva che il bambino apprende attraverso l’esperienza, il movimento e la libertà di esplorare.
E forse lo aveva raccontato meglio di tutti Gianni Rodari.
Nella Grammatica della fantasia non ci parla soltanto di favole. Ci parla della libertà di immaginare alternative. Di quella straordinaria capacità infantile di vedere cento possibilità dove l’adulto vede una sola soluzione.
La fantasia, allora, non è evasione dalla realtà. È allenamento alla realtà. È la palestra nella quale si esercitano la creatività, il pensiero critico, l’empatia e persino il coraggio. Rodari ci ricorda che immaginare significa aprire porte. Ogni storia inventata, ogni gioco simbolico, ogni mondo costruito con materiali poveri allena il bambino a pensare che le cose possano essere diverse da come appaiono. Ed è proprio questa capacità che, un giorno, gli permetterà di diventare cittadino, artista, scienziato, insegnante o innovatore.
Esiste una parola che gli adulti temono più di quanto dovrebbero. Noia. Oggi sembra quasi un nemico da sconfiggere. Basta che un bambino pronunci quella frase — «Mi annoio» — e subito compare uno schermo, un video, un’applicazione, un intrattenimento qualunque. Eppure la noia è spesso il terreno fertile dell’immaginazione. È nel vuoto apparente che nascono le storie. È nel tempo non programmato che il bambino costruisce mondi. La noia è dunque una parola da salvare.
Le neuroscienze contemporanee hanno dimostrato che durante i momenti di apparente inattività si attivano reti cerebrali coinvolte nella memoria, nella creatività e nella costruzione di scenari futuri. È in questi spazi silenziosi che il cervello organizza esperienze e produce nuove connessioni.
La fantasia ha bisogno di silenzio. Ha bisogno di pause. Ha bisogno di quel tempo lento che la nostra epoca sembra voler cancellare. Non si tratta di demonizzare la tecnologia. La tecnologia è uno strumento. Può aprire finestre sul mondo, favorire apprendimenti, offrire occasioni di conoscenza e persino di creatività.
Molti strumenti digitali consentono ai bambini di esplorare linguaggi nuovi, sviluppare competenze logiche, collaborare con altri e accedere a risorse educative un tempo impensabili. Alcuni videogiochi basati sulla costruzione, sulla progettazione e sulla cooperazione stimolano capacità di problem solving, creatività e ragionamento spaziale.
Ma uno strumento può diventare una gabbia quando occupa tutto lo spazio disponibile. Le ricerche più recenti, riprese da studiosi come Jonathan Haidt, Alberto Pellai e Barbara Tamborini, mostrano come l’infanzia contemporanea stia attraversando una trasformazione senza precedenti. Molti bambini trascorrono oggi più tempo davanti a uno schermo che all’aria aperta. Molti conoscono meglio gli effetti sonori che il canto degli uccelli. Sanno sbloccare sistemi con un dito su un display prima ancora di saper allacciare le scarpe o leggere l’ora.
Alcuni studi di neuroimaging hanno osservato correlazioni tra un’esposizione molto intensa agli schermi in età precoce e differenze nello sviluppo delle aree cerebrali coinvolte nell’attenzione, nel linguaggio e nelle funzioni esecutive. Gli studiosi invitano tuttavia alla prudenza: non è soltanto il tempo trascorso davanti a uno schermo a fare la differenza, ma la qualità dei contenuti, il contesto familiare e l’equilibrio complessivo delle esperienze vissute dal bambino.
La questione non è scegliere tra tecnologia e fantasia. La vera impresa è impedire che la prima occupi tutto lo spazio destinato alla seconda. Perché ogni ora trascorsa davanti a un video è un’ora sottratta a qualcos’altro: a una corsa in bicicletta, a una capanna costruita con le coperte, a una discussione con gli amici, a una storia inventata guardando le nuvole.
Esistono però verità ancora più scomode. Mentre alcuni bambini rischiano di perdere il gioco a causa dell’eccesso di stimoli digitali, altri lo perdono perché non possiedono nemmeno il tempo per giocare o perché la guerra ha sottratto loro il diritto di restare bambini. Sono i bambini della povertà.
I bambini che vivono in quartieri senza biblioteche, senza parchi, senza luoghi sicuri. I bambini che non hanno libri. I bambini che devono aiutare le famiglie a sopravvivere. I bambini che lavorano.
Secondo le più recenti stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e dell’UNICEF, oltre cento milioni di minori nel mondo sono ancora coinvolti in forme di lavoro che compromettono istruzione, salute e sviluppo personale. Dietro questi numeri ci sono bambini che raccolgono cacao, lavorano nei campi, nelle miniere, nelle fabbriche o nei mercati. Per loro il gioco non è stato sostituito da uno smartphone: è stato semplicemente cancellato.
Ed è forse questa la forma più disumanizzante di povertà. Perché rubare il gioco significa rubare una parte dell’infanzia. Significa interrompere il dialogo tra il bambino e il suo aquilone.
E che fare quando l’aquilone diventa un aereo da guerra?
Esiste un luogo in cui il filo dell’aquilone si spezza ancora prima di raggiungere il cielo. È il luogo della guerra. Forse nessuna immagine racconta meglio questa tragedia del celebre murale di Banksy a Tel Aviv, che raffigura un ragazzo intento a far volare un aquilone a forma di aereo da combattimento. L’opera colpisce perché riunisce in un’unica immagine il sogno e la minaccia. L’aquilone dovrebbe essere il simbolo della fantasia che sale verso il cielo; il caccia militare è invece il simbolo della paura che da quel cielo può precipitare.
Nelle zone di conflitto i bambini imparano troppo presto parole che non dovrebbero appartenere al loro vocabolario. Molti conoscono il rumore delle esplosioni prima di quello delle onde del mare o dello scroscio si un bacio. La guerra non distrugge soltanto edifici e infrastrutture. Distrugge il tempo dell’infanzia. Trasforma il gioco in attesa. La curiosità in paura. L’immaginazione in sopravvivenza.
Eppure, anche nei luoghi più feriti, i bambini continuano ostinatamente a giocare. Disegnano con un gessetto tra le macerie. Costruiscono aquiloni con i brandelli della vita che resta. Inventano storie per dare un nome alla speranza. E questa è la lezione più profonda: il gioco è una forma di resistenza umana.
Bisogna restituire il cielo ai bambini… !!!
Restituire il cielo ai bambini significa restituire loro il diritto all’immaginazione, all’errore, alla lentezza e alla scoperta. Significa riconoscere che l’infanzia non è una fase preparatoria della vita adulta, ma un tempo pieno di valore in sé, da custodire e rispettare.
Le soluzioni esistono e non richiedono miracoli. Richiedono però scelte educative, culturali e politiche coraggiose. Significa progettare città con più spazi verdi e luoghi di incontro. Significa investire in biblioteche, ludoteche e centri culturali di quartiere. Significa garantire pause adeguate di gioco nelle scuole, sostenere le famiglie nell’educazione digitale e contrastare la povertà educativa che colpisce milioni di minori. Significa rafforzare le politiche internazionali contro il lavoro minorile e difendere il diritto universale all’istruzione.
Più parchi e meno parcheggi. Più biblioteche e meno solitudini. Più letture condivise e meno notifiche. Più cortili. Più teatro. Più musica. Più natura. Più tempo. Perché il bene più prezioso che possiamo offrire a un bambino non è un oggetto. È un’occasione. L’occasione di inventare. Di sbagliare. Di annoiarsi. Di creare. Di giocare.
Torniamo allora a quel bambino che corre nel vento. L’aquilone continua a salire. Non conosce display. Non cerca approvazioni. Conosce soltanto il linguaggio antico dell’immaginazione. E la nostra responsabilità più grande consiste proprio in questo: non spezzare quel filo. Perché la felicità, in fondo, non è un gioco da ragazzi. Ma è nel gioco che ogni bambino/a e ragazzo/a impara la grammatica della felicità: la libertà di immaginare, il coraggio di esplorare, la gioia di condividere e la fiducia che il mondo possa essere diverso da come appare.
Ogni volta che proteggiamo il diritto di una bambina o di un bambino a giocare, non stiamo soltanto custodendo il suo presente. Stiamo prendendoci cura della donna e dell’uomo che diventerà e, insieme a lui, del futuro comune che abiteremo. Stiamo donando e donandoci felicità e verità. E lo stiamo facendo con gentilezza, lealtà e coraggio.