«La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.»
Piero Calamandrei
Nel 2019, all’Arsenale di Venezia, l’artista Lorenzo Quinn realizzò Building Bridges: sei gigantesche coppie di mani che emergono dall’acqua e si uniscono fino a formare un ponte. Ogni coppia rappresenta un valore essenziale alla convivenza umana… dialogo, rispetto, amicizia, aiuto reciproco, fiducia e speranza. Un’opera che ricorda come nessuna comunità possa esistere senza la volontà di incontrarsi e sostenersi.
È difficile immaginare una metafora più efficace per raccontare la Repubblica. Non un edificio, non una cerimonia, non un simbolo immobile, ma una costruzione collettiva che vive soltanto se qualcuno continua a sorreggerla. Un ponte tra generazioni, tra memoria e futuro, tra diritti conquistati e diritti ancora da difendere. A quasi ottant’anni dal voto che cambiò il destino dell’Italia, quelle mani sembrano ricordarci che la democrazia non è un’eredità garantita per sempre: è un passaggio ancora delicato che ciascuno di noi è chiamato a custodire e attraversare.
Immaginiamo una mano. La mano di una donna… di una donna qualunque. Una mano segnata dal lavoro, dalla terra, da un telaio, da una cucina in cui il pane veniva diviso con attenzione perché bastasse per tutti. Una mano che ha conosciuto la guerra, l’assenza, la paura. Una mano che ha imparato a custodire lettere, valigie, abbracci.
È il 2 giugno 1946. Quella mano entra in una cabina elettorale. Stringe una matita. Traccia un segno. Un gesto semplice. Un gesto minuscolo ma indispensabile. La Repubblica italiana nasce lì. Nasce anche in quella mano. Nasce nel momento esatto in cui una persona comprende di appartenere alla storia e non soltanto di subirla… Ogni volta che qualcuno ha smesso di sentirsi suddito e ha iniziato a sentirsi cittadino.
Siamo abituati a pensare alla Repubblica come a una ricorrenza. Una pagina conclusa. Ma le date chiudono… la vita invece continua.
E la Repubblica non è mai stata un evento compiuto. È una domanda sempre aperta: come possiamo vivere insieme senza smettere di essere liberi?
Già i filosofi cercavano una risposta. Cercavano una città giusta, una comunità capace di armonizzare il desiderio individuale e il bene collettivo. Platone comprese questo nel momento più traumatico della sua vita: la morte di Socrate. Quando Atene condannò il filosofo, la democrazia mostrò improvvisamente il proprio volto inquietante. La maggioranza poteva sbagliare. Il popolo poteva diventare ingiusto. Così nacque La Repubblica, che in greco si intitola in realtà Politeia: non semplicemente uno Stato ideale, ma la ricerca di un’armonia tra le parti dell’anima e quelle della città.
Per Platone una città ingiusta nasce sempre da uomini disordinati interiormente. La politica non era separabile dall’etica. Governare significava prima di tutto imparare a dominare se stessi. Non a caso il filosofo tentò realmente di trasformare le sue idee in pratica recandosi a Siracusa presso la corte di Dionisio II. Fu un fallimento quasi grottesco: intrighi, sospetti, tradimenti. Secondo alcune fonti rischiò perfino di essere venduto come schiavo. È uno degli episodi più ironici della storia del pensiero: il teorico della città perfetta incapace di sopravvivere nella politica reale.
Aristotele, suo allievo, scelse una strada diversa. Meno utopia, più osservazione. Studiò oltre centocinquanta costituzioni greche e comprese che la comunità perfetta non esiste. L’essere umano, scriveva, è uno zóon politikón, un animale politico, non perché ami il potere ma perché senza relazioni non può diventare pienamente umano.
È passato molto tempo, ma il problema è rimasto lo stesso. Come trasformare una moltitudine di individui in una comunità. Come fare in modo che la libertà di uno non diventi la prigione dell’altro. Come costruire una casa comune senza cancellare le differenze.
La Repubblica è forse il nome che abbiamo dato a questo tentativo.
Anche Italo Calvino, dopo l’esperienza della Resistenza, comprese quanto fragile e necessaria fosse la convivenza democratica. Nei suoi libri la comunità non appare mai come qualcosa di definitivo o perfetto, ma come un equilibrio delicato da custodire ogni giorno. Probabilmente è proprio questo il senso più onesto della Repubblica: continuare a costruire legami senza smettere di riconoscere la complessità degli esseri umani.
Le donne raccontate da Dacia Maraini conoscevano bene questa complessità. Molte di loro avevano attraversato la Resistenza, sfidato il fascismo, conosciuto il carcere, la clandestinità, l’esclusione. Quando entrarono nelle urne per la prima volta non stavano semplicemente esercitando un diritto. Stavano superando un limite non personale, ma umano. Per la prima volta lo Stato riconosceva che la loro voce possedeva lo stesso peso di quella degli uomini. Non era soltanto una conquista politica. 9Era una rivoluzione simbolica. La democrazia smetteva di essere una stanza riservata. Crollavano finalmente i muri del pregiudizio.
È risaputo, tuttavia, che il riconoscimento formale non coincide automaticamente con l’uguaglianza reale. Le leggi possono aprire porte. Sono le persone che devono attraversarle. La Costituzione può indicare una direzione. Non può percorrere il cammino al posto nostro.
Per questo la Repubblica mai è da intendersi come raggiungimento, ma deve essere sempre vista come possibilità… possibilità aperta. Perché la democrazia non nasce mai perfetta. Nasce labile. Contraddittoria. Attraversata da interessi diversi, paure, errori, compromessi. Nasce umana. E forse è proprio questa la sua grandezza. Non promette il paradiso… ma prova ad offrire gli strumenti per correggere gli inferni costruiti dagli uomini.
La Repubblica è una memoria che interroga e disturba. Che obbliga a guardare le proprie ombre. Perché non esistono nazioni innocenti. Non esistono repubbliche perfette. Accanto alle conquiste ci sono state le esclusioni. Accanto ai diritti, le discriminazioni. Accanto alla crescita economica, le povertà dimenticate. Accanto alla partecipazione, la corruzione.
La Repubblica italiana è stata capace di generare emancipazione e ingiustizia, solidarietà e abbandono, progresso e disuguaglianza. Negarlo significherebbe tradire la verità… ma anche ridurre tutto a un fallimento significherebbe ferire la storia.
Perché esiste una differenza profonda tra l’amore e l’idolatria. L’idolatria pretende la perfezione. L’amore accetta la complessità. Amare il proprio Paese significa desiderarlo migliore. Non dichiararlo impeccabile.
Oggi molti giovani osservano il futuro con uno sguardo diverso da quello dei loro nonni. I nostri nonni avevano conosciuto la guerra. Molti ragazzi conoscono la precarietà. I nostri nonni avevano fame di libertà. Molti giovani hanno paura dell’irrilevanza. I nostri nonni lottavano per conquistare diritti. Molti ragazzi temono di non essere in grado di trasformarli in opportunità concrete.
Molti lavorano senza riuscire a costruire stabilità. Altri lasciano l’Italia perché non possono immaginare il proprio futuro dentro i confini del Paese in cui sono nati. La Repubblica che parlava il linguaggio della ricostruzione e del sacrificio collettivo oggi incontra una generazione cresciuta dentro l’incertezza, i salari bassi, la precarietà permanente e la sensazione di essere continuamente sostituibile.
Ma dietro queste differenze, continua a vivere la stessa domanda: questa comunità si accorge della mia esistenza?
La dignità nasce dal riconoscimento… Dall’essere visti. Dall’essere considerati parte del racconto comune. Una Repubblica degna di questo nome dovrebbe riuscire a fare proprio questo. Rendere visibili gli invisibili. Ascoltare la voce di chi non sa parlare o di chi non può farlo. Ricordare che il valore di una società non si misura dalla condizione dei più forti ma dalla sorte dei più svantaggiati.
La libertà non nasce dall’assenza di conflitti. Nasce dalla capacità di attraversarli. Le comunità vive discutono. Si contraddicono e si confrontano. Il dissenso non è una malattia della democrazia… è uno dei suoi segni vitali. Il vero pericolo non è la diversità delle opinioni. È l’indifferenza. L’idea che la cosa pubblica riguardi sempre qualcun altro… che il bene comune sia una responsabilità delegabile… che la cittadinanza sia un diritto senza doveri.
Non è un caso che negli ultimi anni Sergio Mattarella abbia più volte richiamato il Paese sul valore della partecipazione democratica, indicando nell’astensionismo un segnale di indebolimento civile e nella precarietà economica una ferita profonda della Repubblica. Quando i cittadini smettono di votare, spesso non stanno soltanto rifiutando la politica: stanno dicendo di non sentirsi più parte della comunità.
Forse la parola più importante non è libertà, né uguaglianza; non è nemmeno democrazia. La parola decisiva è responsabilità: la responsabilità di custodire ciò che altri hanno conquistato, di non ripetere gli stessi errori e di consegnare ai nostri figli una Nazione più giusta e più abitabile di quella che abbiamo ricevuto.
Perché che ci piaccia o meno, la Repubblica appartiene al futuro.
E mi piace immaginarla così… come un ponte. Le mani gigantesche di Building Bridges emergono dall’acqua e sostengono un passaggio. Nessuna mano basta da sola. Solo insieme diventano architettura. Una responsabilità condivisa… di mani sempre nuove ad alternarsi e sostituirsi ai vuoti.
Perché la Repubblica non è soltanto un’eredità… è una promessa affidata alle nostre mani. Vive nella cura con cui sapremo custodirla, nella fermezza con cui sapremo rinnovarla e nel coraggio con cui la faremo crescere, per riconsegnarla ai nostri figli più giusta e viva di come l’abbiamo ricevuta.