RICONOSCERE L’ALTRO: L’INTELLIGENZA EMOTIVA NELL’EPOCA DEL PREGIUDIZIO

Ma a noi è dato

in nessun luogo trovar pace,

dileguano, cadono,

nel dolore gli uomini

ciecamente

di ora in ora,

come acqua da pietra

a pietra lanciata,

senza mai fine, giù nell’ignoto”

Canto del destino di Iperione di Friedrich Hölderlin


 C’è un’opera di Pieter Bruegel il Vecchio, The Blind Leading the Blind, in cui l’umanità procede in fila, affidandosi a chi non vede, fino a precipitare. Non è soltanto una scena biblica, ma una metafora radicale dello smarrimento dello sguardo: quando non si riconosce più l’altro, lo si segue o lo si respinge senza davvero vederlo. È a partire da questa immagine di cecità condivisa che si apre questo articolo, come interrogazione sul nostro tempo e sulla necessità di restituire profondità allo sguardo attraverso ciò che chiamiamo intelligenza emotiva.

 

Uno dei più grandi equivoci della nostra epoca è aver confuso la possibilità di comunicare con la capacità di incontrarsi. È proprio qui che inizia ogni forma di disumanizzazione. C’è un momento, prima ancora della violenza, in cui qualcosa si rompe… è lo sguardo.

Negli ultimi mesi la cronaca italiana ci restituisce immagini sempre più difficili da attraversare: ragazzi aggrediti perché stranieri, una sempre più frequente ghettizzazione delle disabilità, cittadini ridotti a numeri dentro il dibattito sulla ‘remigrazione’… fino all’orrore di un padre incapace di accettare l’orientamento sessuale del proprio figlio*. Episodi diversi, certo. Eppure uniti da una medesima incapacità… l’altro smette di essere una persona e diventa una categoria.

Mentre la comunicazione cresce in quantità, spesso diminuisce in profondità. Scambiamo informazioni, ma fatichiamo a riconoscere le persone che quelle informazioni custodiscono. È proprio in questa distorsione che emerge una delle competenze più preziose del nostro tempo: l’intelligenza emotiva.

Prima ancora di diventare un’espressione diffusa, l’intelligenza emotiva nasce come concetto scientifico. Nel 1990 gli psicologi Peter Salovey e John D. Mayer introducono questa espressione per indicare la capacità di percepire, comprendere, utilizzare e regolare le emozioni, proprie e altrui. L’intelligenza, sostengono, non coincide soltanto con il ragionamento logico o con la memoria… comprende anche la capacità di leggere il mondo affettivo come fonte di conoscenza.

Negli anni successivi, insieme a David R. Caruso, sviluppano il Mayer-Salovey-Caruso Emotional Intelligence Test (MSCEIT), uno dei primi strumenti scientifici progettati per misurare questa forma di intelligenza attraverso prove cognitive. È un passaggio importante, perché riconosce le emozioni non come elementi di disturbo del pensiero razionale, ma come processi mentali osservabili, studiabili e sviluppabili.

Sarà però Daniel Goleman, con il celebre volume Intelligenza emotiva pubblicato nel 1995, a trasformare questa teoria in una rivoluzione culturale. Goleman mostra come il successo personale e professionale non dipenda soltanto dal quoziente intellettivo, ma dalla capacità di conoscere se stessi, governare le proprie emozioni, coltivare la motivazione, sviluppare empatia e costruire relazioni autentiche. Quelle che oggi definiamo competenze emotive diventano così una delle chiavi per comprendere il benessere individuale e la qualità della convivenza sociale.

L’intelligenza emotiva, tuttavia, non è una semplice abilità relazionale. È una forma di conoscenza antica. Molto prima di inventare la scrittura, l’essere umano ha imparato a leggere i volti. Prima ancora di elaborare concetti astratti, ha dovuto riconoscere un’espressione di paura, intuire la fiducia nello sguardo di chi aveva di fronte, distinguere l’aggressività dalla tenerezza, comprendere il significato di una distanza, di un gesto, di un silenzio.

La nostra storia evolutiva racconta proprio questo: siamo diventati esseri sociali perché abbiamo imparato a interpretare gli altri. Ogni relazione nasce da una lettura. Non delle parole, ma delle persone. Per questo l’intelligenza emotiva impedisce che la comunicazione si riduca a un semplice scambio di segni. Permette di cogliere che dietro una frase esiste una biografia, dietro una risposta brusca una fatica, dietro un sorriso un’isola, dietro un silenzio un arcipelago di significati ancora inespressi.

Ogni comunicazione si muove su almeno tre livelli. Esiste una dimensione verbale, fatta delle parole che scegliamo, dei concetti che esprimiamo e delle argomentazioni con cui diamo forma ai nostri pensieri. Esiste poi una dimensione paraverbale, composta dal tono della voce, dal ritmo, dalle pause, dall’intensità e dal respiro con cui pronunciamo ciò che diciamo. La stessa frase può diventare carezza o ferita semplicemente cambiando l’inflessione con cui viene pronunciata. Infine esiste la dimensione non verbale, probabilmente la più antica di tutte: lo sguardo che cerca o evita, il volto che si illumina, le mani che esitano, il corpo che si ritrae o si apre all’incontro. Il corpo continua a parlare anche quando la bocca tace. Talvolta racconta ciò che la coscienza non è ancora pronta ad ammettere.

La comunicazione umana assomiglia così a un testo scritto su tre pergamene sovrapposte. La prima è visibile, fatta di parole. La seconda vibra nella musica della voce. La terza è incisa nella carne silenziosa del corpo. L’intelligenza emotiva è l’arte di leggerle contemporaneamente, perché la verità raramente abita soltanto nella frase pronunciata… spesso si nasconde nelle esitazioni, nelle pause, nelle incrinature luminose che attraversano ogni discorso.

Questa intuizione attraversa, sorprendentemente, la storia del pensiero occidentale. Nel Fedro, Platone costruisce uno dei paradossi più affascinanti della filosofia. Pur affidando le proprie idee alla scrittura, mette in guardia dai suoi limiti. Uno scritto non può rispondere alle domande del lettore, correggere un equivoco o modificarsi davanti allo sguardo di chi lo interpreta. La parola scritta conserva la memoria del pensiero, ma perde la presenza viva di chi parla.

È una riflessione che sembra anticipare il nostro tempo. Ogni messaggio digitale conserva le parole, ma lascia fuori il volto. Conserva il contenuto, ma spesso smarrisce il contesto. Conserva la frase, ma non il tremore della voce che l’ha generata.

Una persona può scrivere poche parole perché è stanca, e chi legge può interpretarle come freddezza. Un messaggio letto senza risposta può diventare, agli occhi dell’altro, un rifiuto, quando magari è soltanto il segno di una giornata difficile. Tra ciò che intendiamo comunicare e ciò che l’altro comprende esiste sempre uno spazio vuoto.

È proprio in quello spazio che nasce l’intelligenza emotiva.

Essa diventa la presenza invisibile capace di restituire ciò che la tecnologia inevitabilmente sottrae. Dove manca lo sguardo, deve crescere la sensibilità… dove manca il tono della voce, la capacità interpretativa… dove manca il corpo, il senso di responsabilità verso chi legge.

Aristotele, qualche decennio dopo Platone, aveva già intuito questa verità. Distinguendo logos, ethos e pathos, comprende che una comunicazione efficace non dipende soltanto dalla correttezza del ragionamento. L’essere umano non ascolta esclusivamente con la mente… ascolta con la memoria, con le emozioni, con le esperienze vissute, con le ferite che porta dentro e con le speranze che ancora custodisce. Il logos senza pathos diventa sterile. La ragione senza sensibilità diventa distanza.

Le neuroscienze contemporanee hanno confermato questa intuizione. Oggi sappiamo che il cervello umano non separa rigidamente pensiero ed emozione. Ogni decisione, ogni relazione e ogni atto comunicativo nascono dall’intreccio continuo tra memoria, percezione, esperienza corporea e stati affettivi. Le emozioni non rappresentano un ostacolo alla razionalità: ne costituiscono una delle condizioni profonde.

Anche Albert Ellis, fondatore della terapia razionale-emotiva, ha mostrato come non siano gli eventi in sé a determinare la nostra sofferenza, ma il significato che attribuiamo loro. Le emozioni possono essere comprese, rielaborate e trasformate. Non siamo condannati alle nostre reazioni: possiamo imparare a riconoscerle e a dialogare con esse.

L’intelligenza emotiva è precisamente questa possibilità… trasformare ciò che sentiamo in conoscenza, e la conoscenza in relazione.

Se dovessimo individuare il luogo in cui l’intelligenza emotiva viene esercitata da millenni, probabilmente non dovremmo cercarlo nei laboratori di psicologia né nelle moderne neuroscienze. Dovremmo entrare in una biblioteca. O, più semplicemente, aprire un libro di poesie.

Può sembrare un’affermazione eccessiva. Eppure la poesia, molto prima che la scienza iniziasse a studiare le emozioni, aveva già compreso ciò che oggi la ricerca continua a dimostrare: conoscere se stessi significa imparare a dare un nome ai propri sentimenti, e comprendere gli altri significa accettare di abitare, almeno per un istante, il loro mondo interiore. Ogni poesia è un esercizio di riconoscimento.

Paradossalmente, oggi questa lezione arriva anche dall’intelligenza artificiale. Negli ultimi anni diversi studi hanno evidenziato come alcuni sistemi biometrici di riconoscimento facciale abbiano commesso più errori nell’identificare persone afrodiscendenti e donne appartenenti a minoranze etniche. Non perché le macchine siano razziste, ma perché erano state addestrate su archivi di immagini poco rappresentativi della diversità umana.

Dunque… un algoritmo non riconosce ciò che non ha imparato a vedere… e noi, quanto spesso succede anche a noi?

Anche gli esseri umani costruiscono il proprio modo di guardare il mondo attraverso esperienze, racconti, linguaggi, timori. Quando questo patrimonio diventa troppo ristretto, iniziamo a vedere categorie invece di persone. È così che nasce il pregiudizio… non sempre dall’odio, ma dalla povertà dello sguardo.

L’intelligenza artificiale può essere corretta ampliando i dati con cui viene addestrata. L’essere umano possiede una possibilità ancora più preziosa… può mettere in discussione se stesso. Può accorgersi dei propri bias, riconoscere i propri limiti, scegliere di ascoltare prima di giudicare.

Questa è l’intelligenza emotiva. Non una tecnica per essere più efficienti. Non una moda culturale. Ma il coraggio di lasciarsi cambiare dall’incontro con l’altro.

Per questo la poesia continua ad avere un valore profondamente civile. Mentre il linguaggio dell’odio semplifica, la poesia restituisce complessità. Dove il pregiudizio riduce una persona a un’identità, il verso ricorda che ogni essere umano è infinitamente più grande della parola con cui qualcuno pretende di definirlo.

Molto probabilmente uno dei compiti più urgenti del nostro tempo è evitare di diventare esseri umani sempre meno capaci di riconoscersi. Perché ogni volta che una persona viene ridotta a un’etichetta, la violenza ha già iniziato il suo lavoro, anche quando le mani restano immobili. E ogni volta che qualcuno sceglie di ascoltare una storia invece di una categoria, accade qualcosa di profondamente ‘progressista’. L’intelligenza emotiva nasce proprio lì, nel momento in cui un volto torna a essere un volto.

Giorgio Gaber, nel suo testo La paura, lo esprime con grande verità. Non la descrive come una dimensione puramente individuale, ma come un fenomeno anche sociale… la paura è infatti alimentata dai meccanismi della società contemporanea, che spingono verso la conformità, la prudenza e l’autocensura. In questo senso, diventa una sorta di ‘educazione permanente’ che limita la libertà senza bisogno di divieti espliciti. Ne emerge una meditazione lucida e ironica sull’uomo contemporaneo, sospeso tra il desiderio di libertà e il bisogno di protezione, tra lo slancio vitale e la costante auto-limitazione personale e di chi gli cammina accanto.

Categoria: Pensieri & Parole

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Article by: Antonella Multari