CIÒ CHE ATTRAVERSA UN PORTO: UN’ERMENEUTICA AMPLIATIVA DELL’ARTICOLO DI PIETRO SERBASSI “PRODUTTIVITÀ, L’ITALIA GUARDI AI PORTI COME SISTEMA”

Ho letto con interesse l’articolo di Pietro Serbassi, “Produttività, l’Italia guardi ai porti come sistema”. Ne condivido pienamente l’intuizione: un Paese che non investe nella qualità delle proprie infrastrutture finisce inevitabilmente per rallentare anche la propria crescita economica. La produttività non è soltanto il risultato del lavoro delle imprese, ma della capacità di un’intera nazione di mettere in relazione territori, reti logistiche, trasporti e visione politica.

L’Italia, ricorda Serbassi, possiede un vantaggio naturale straordinario. È al centro del Mediterraneo, attraversata dalle principali rotte commerciali, dotata di porti che potrebbero diventare un unico grande sistema capace di dialogare con l’Europa e con il mondo. Una prospettiva condivisibile e, probabilmente, indispensabile.

Non è soltanto una suggestione geografica. Secondo la Commissione europea, l’Italia possiede oltre 9.100 chilometri di coste, i più estesi dell’Unione dopo la Grecia, e cinque dei suoi porti figurano tra i primi trenta d’Europa per volume di merci movimentate. Questo significa che il nostro Paese dispone già delle condizioni materiali per svolgere un ruolo strategico nel Mediterraneo… il compito non è costruire una nuova centralità, ma imparare a governare quella che la storia e la geografia ci hanno consegnato.

Terminata la lettura, tuttavia, una domanda ha continuato ad accompagnarmi… Che cosa attraversa davvero un porto?

La risposta più immediata è semplice… container, merci, energia, investimenti, dati. Ma la narrazione  umana suggerisce una risposta molto più ampia. Prima delle merci, attraverso i porti sono passati gli uomini. Sono approdate lingue sconosciute, religioni, miti, conoscenze, paure, invenzioni, epidemie, speranze. Ogni porto della storia è stato prima di tutto un laboratorio dell’umanità.

Non è un caso se alcune delle più grandi civiltà marittime della storia… da Alessandria d’Egitto a Venezia, da Costantinopoli alle Repubbliche Marinare… siano diventate centri di sapere prima ancora che di commercio. La celebre Biblioteca di Alessandria sorse proprio accanto a uno dei più importanti porti del Mediterraneo… perché le idee, da sempre, seguono le stesse rotte percorse dalle navi.

La verità è che siamo così abituati a considerare i porti come infrastrutture economiche da dimenticare che, per millenni, essi hanno rappresentato soprattutto infrastrutture culturali. Luoghi nei quali civiltà differenti hanno imparato che l’incontro produce sempre qualcosa di nuovo. Non soltanto ricchezza materiale, ma trasformazione.

Le grandi civiltà sono nate lungo i fiumi, sulle coste, nei delta. L’acqua non è mai stata soltanto un elemento geografico. È stata il primo grande invito alla relazione. Il mare non divide… chiede di essere attraversato. E ogni attraversamento modifica tanto chi parte quanto chi accoglie.

Il sociologo Hartmut Rosa sostiene che la crisi del nostro tempo non risieda tanto nell’accelerazione, quanto nella perdita della risonanza, cioè della capacità di entrare in relazione autentica con il mondo. Certamente un porto può essere letto attraverso questa immagine. Non è semplicemente un luogo dove qualcosa transita… è uno spazio nel quale realtà differenti imparano a risuonare tra loro. La sua forza non consiste soltanto nell’efficienza logistica, ma nella possibilità di creare connessioni.

Quando Serbassi invita a considerare trasporti e infrastrutture come una vera politica industriale, ci offre una prospettiva concreta sul futuro dell’Italia. Ma forse quella riflessione può essere ulteriormente ampliata. Esistono infatti infrastrutture visibili e infrastrutture invisibili.

Le prime sono fatte di porti, ferrovie, strade, interporti, piattaforme digitali. Le seconde sono costruite con responsabilità, cooperazione, competenza, capacità di ‘impastare il domani’.  Le une senza le altre rischiano di diventare soltanto opere. Nessuna infrastruttura materiale può produrre sviluppo duraturo se una comunità non possiede anche quelle invisibili. È significativo che anche l’OCSE sottolinei come la competitività di un sistema portuale non dipenda esclusivamente dalla posizione geografica, ma dalla qualità della governance, dall’integrazione tra porto, ferrovia e retroporto, dall’innovazione e dalla capacità di cooperazione tra istituzioni e operatori economici. In altre parole, sono le relazioni a rendere realmente efficiente una rete infrastrutturale.

Anche il concetto di produttività, allora, merita forse di essere ripensato. Siamo abituati a misurarla attraverso indicatori economici indispensabili: valore aggiunto, competitività, crescita del PIL. Ma l’etimologia della parola produrre ci conduce altrove. Significa ‘condurre fuori’, far emergere ciò che ancora non esiste. Una società veramente produttiva non genera soltanto beni… genera occasioni, integrazione, crescita collettiva. Produce ricerca, conoscenza, creatività, fiducia, senso civico. Produce uguaglianza e benessere.

In questo senso mi torna alla mente anche il pensiero di Martin Heidegger, quando distingueva l’occupare uno spazio dall’abitarlo. Esiste una differenza profonda tra utilizzare un territorio e costruire con esso una relazione. Forse il vero sviluppo nasce proprio da questa seconda capacità… abitare la propria geografia trasformandola in progetto collettivo.

Il Mediterraneo, allora, non può essere raccontato esclusivamente come una piattaforma strategica. Sarebbe riduttivo. Il Mediterraneo è una memoria. È il luogo nel quale filosofia, diritto, commercio, arte e scienza hanno imparato a navigare insieme. Nessuna delle grandi civiltà che vi si sono affacciate è rimasta identica a sé stessa dopo aver incontrato l’altra. La sua ricchezza non è mai dipesa soltanto dalle rotte commerciali, ma dalla continua circolazione delle idee.

Lo dimostra anche il presente. Il porto di Gioia Tauro, affacciato al centro delle rotte tra Suez e Gibilterra, è oggi il principale porto italiano per traffico container e uno dei maggiori hub di trasbordo del Mediterraneo. È la dimostrazione concreta che la geografia offre opportunità straordinarie, ma che soltanto una visione politica, infrastrutturale e culturale è capace di trasformarle in sviluppo.

Anche Zygmunt Bauman ci ha ricordato che viviamo in una modernità liquida, nella quale tutto sembra muoversi senza trovare approdo. Allora, ancora di più il porto assume oggi un significato altamente simbolico. Non rappresenta il luogo in cui il viaggio termina, ma quello in cui il movimento trova un senso. È il punto in cui il cambiamento diventa rotta e non smarrimento.

Ogni epoca costruisce le proprie infrastrutture. La nostra sembra impegnata soprattutto ad abbreviare le distanze, ridurre i tempi, accelerare i flussi. È una sfida necessaria, e l’articolo di Serbassi lo spiega benissimo. Ma accanto alle opere che collegano territori dovremmo continuare a edificare anche quelle che tengono unite le consapevolezze.

È questa l’opportunità che attende il nostro tempo. Come scriveva Antoine de Saint-Exupéry: «Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini per raccogliere il legno, distribuire i compiti e organizzare il lavoro. Insegna loro, invece, la nostalgia del mare vasto e infinito.»

I porti non sono costruiti per fermare il mare, ma per renderlo un incontro. Non bisogna temere ciò che arriva da lontano, ma trasformarlo in una possibilità di crescita. È così che le economie prosperano. Ed è così che nascono le civiltà.

Categoria: Pensieri & Parole

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Article by: Antonella Multari