Nella domus di Dussmann, il sesto giorno d’agosto, fu apparecchiato un banchetto che i più solenni chiamavano “riunione sindacale”, mentre i servi, più sinceri, lo definivano una commedia già provata nelle stanze interne.
A dirigere la scena sedeva Gorgonius Trimalchionide, curator vanitatis, uomo tanto persuaso della propria grandezza da considerare un’interruzione perfino il respiro degli altri. Aveva disposto i convitati secondo un ordine tutto suo: vicini quelli pronti ad annuire, lontani coloro che potevano ricordargli che anche le idee escluse continuano a esistere.
Per settimane Gorgonius aveva spiegato che alcune proposte non erano ricevibili, che chi le sosteneva non doveva partecipare alla sacra liturgia del negoziato e che il tavolo sarebbe stato più armonioso senza voci discordanti. L’unità, secondo lui, era una virtù preziosa, purché coincidesse esattamente con il suo pensiero.
Così furono celebrate riunioni discrete, incontri riservati e consultazioni tra iniziati. Poi, quando sulle pareti della domus cominciò ad apparire l’ombra inquietante del tribuno della plebe, le porte furono riaperte e la persona tenuta lontana venne richiamata nel triclinio.
«Vedete?» proclamò Gorgonius. «Qui nessuno è escluso».
Dall’alto del triclinio, la padronanza della domus assisteva con la composta gravità di chi conosce già il finale e attende solo il calo del sipario. I suoi legati deposero la pergamena al centro della tavola con gesto sacerdotale, simulando che quel momento rappresentasse un’inviolabile e simultanea rivelazione per tutti gli stanti. Vi fu persino un’ombra di studiata titubanza nel rompere i sigilli, a beneficio degli sguardi più ingenui.
Eppure, tra il curator e i messaggeri della corte passò un’intesa sotterranea: uno scambio di sguardi fin troppo calmo, il sincronismo imperfetto di chi ha provato i tempi della commedia ben prima che si aprissero le porte. La Signoria della domus si limitò a un cenno a fior di labbra, dispensando a ciascuno la parvenza dell’imparzialità e lasciando che Gorgonius si prendesse la scena per un verbo che, sottotraccia, recava già i contorni di un’antica sintonia.
Ma sulla tavola accadde qualcosa di ancora più prodigioso. La pergamena finale conteneva molte delle idee che il regista aveva precedentemente disprezzato: l’accordo non doveva essere una conciliazione tombale; i lavoratori non dovevano rinunciare automaticamente alle proprie azioni; la sosta contrattuale doveva essere finalmente riconosciuta; gli istituti economici del contratto collettivo dovevano essere applicati.
Gorgonius lesse quelle clausole con tono ispirato, come se fossero state dettate a lui direttamente dagli dèi. Nessuno osò ricordargli che provenivano proprio da chi aveva tentato di tenere fuori dalla sala.
Fu allora che il trionfo assunse l’aspetto della vittoria di Pirro.
Gorgonius aveva vinto il diritto di dirigere la rappresentazione, ma aveva perso la battaglia sui contenuti. Aveva respinto le proposte altrui per poi doverle accogliere; aveva isolato una voce per finire a sottoscrivere molte delle sue ragioni; aveva proclamato l’irricevibilità di un’impostazione e, alla fine, ne era diventato il più rumoroso interprete.
Come Pirro, contemplava il campo proclamandosi vincitore, senza accorgersi che il suo esercito era ormai schierato sulle posizioni del nemico.
La sosta, negata per anni, diventò improvvisamente un diritto riconoscibile. Le indennità riemersero dalle cantine aziendali. Le conciliazioni non furono più il prezzo obbligatorio per ricevere quanto spettava ai lavoratori. E il testo, nato come tavola legale, assunse finalmente la forma di un accordo sindacale.
Gorgonius alzò la coppa. I suoi commensali applaudirono. Gli scribi prepararono il resoconto del glorioso successo.
Ma dalle ultime file qualcuno osservò che il generale aveva conquistato il palco solo per recitare il copione scritto da coloro che voleva allontanare.
E Petronio avrebbe probabilmente concluso così:
«Gorgonius uscì dal triclinio coronato d’alloro, persuaso di avere sconfitto tutti. Non sapeva che la sua vittoria consisteva nell’aver finalmente accettato le ragioni di chi aveva cercato di escludere».