RICONDIZIONAMENTO PSICOQUANTISTICO: LA CAPACITA’ DI RITROVARE LA PROPRIA ACCORDATURA

Nell’opera Quantum Void di Luca Pozzi, il vuoto non appare come un’assenza, né come uno spazio privo di significato, ma come una soglia generativa: un luogo nel quale ciò che non è immediatamente visibile può suggerire connessioni, possibilità, relazioni. Attraverso il dialogo tra arte, fisica teorica e cosmologia, l’opera può essere letta come un invito a spingere lo sguardo oltre la superficie delle cose, verso una realtà che non si lascia ridurre alla semplice somma di oggetti separati.

L’opera diventa così una metafora del ruolo dell’osservatore… non necessariamente uno spettatore distante posto davanti al mondo, ma una presenza che entra in relazione con ciò che guarda. Ogni esperienza percettiva, del resto, modifica almeno in parte chi la vive. Non perché la coscienza possieda un potere fisico di trasformare la realtà secondo i principi della meccanica quantistica, ma perché percepire significa sempre entrare in rapporto con qualcosa e lasciarsene, almeno in parte, trasformare.

È proprio questa immagine a introdurre il significato del ricondizionamento psicoquantistico proposto in queste pagine. Non una trasformazione magica dell’essere umano, né l’applicazione diretta della fisica quantistica alla psicologia o alla biologia, ma una metafora filosofica e interdisciplinare del processo attraverso cui una persona può ritrovare, nel corso dell’esistenza, una nuova relazione tra dimensione interiore, corpo e ambiente.

Il termine ricondizionamento psicoquantistico viene dunque utilizzato qui esclusivamente come un neologismo simbolico. Non identifica una disciplina scientifica riconosciuta e non sostiene che i fenomeni quantistici spieghino direttamente i processi psicologici o biologici. Il termine quantistico richiama, sul piano metaforico, un’immagine della realtà nella quale ciò che appare controintuitivo, discontinuo o microscopico può appartenere a dinamiche più ampie e complesse. È una suggestione, non un’equazione… un linguaggio poetico, non una teoria fisica trasferita alla mente.

L’obiettivo è piuttosto costruire un dialogo tra biologia, neuroscienze, teoria dei sistemi e filosofia, lasciando all’arte il compito di rendere percepibile ciò che il linguaggio scientifico, da solo, non sempre riesce a restituire nella sua dimensione esperienziale.

Ci hanno insegnato a lungo a pensare il corpo come una macchina: il cuore come una pompa, il cervello come un computer, le cellule come minuscole officine biochimiche. Abbiamo imparato a scomporre la vita con una precisione straordinaria, a decifrare il DNA e a osservare l’universo dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo. Eppure, proprio mentre imparavamo a separare e analizzare, rischiavamo di perdere di vista ciò che tiene insieme ogni cosa… la relazione.

La vita non accade mai completamente in un elemento isolato. Accade fra: fra un neurone e un altro, fra una cellula e il suo ambiente, fra il respiro e il sangue, fra un organismo e ciò che lo circonda, fra un essere umano e lo sguardo di un altro. E’ proprio quella piccola preposizione — fra — a custodire una delle immagini più fertili per comprendere la vita.

Le cellule mantengono differenze di potenziale elettrico attraverso le loro membrane… nelle cellule eccitabili, come neuroni e cellule muscolari, queste differenze partecipano alla trasmissione dei segnali e alla regolazione delle funzioni dell’organismo. La fisiologia mostra così che la vita non è soltanto una successione di reazioni chimiche, ma anche un incessante scambio di segnali, gradienti, sostanze e informazioni. L’organismo è un sistema dinamico nel quale miliardi di processi interagiscono continuamente (Guyton and Hall Textbook of Medical Physiology; Molecular Biology of the Cell di Bruce Alberts e collaboratori).

È un’immagine che cambia il nostro modo di intendere l’equilibrio. L’equilibrio biologico non coincide con l’immobilità… è una condizione dinamica, continuamente regolata.

La musica offre, in questo senso, una metafora particolarmente fedele. Un’orchestra non esiste grazie al talento di un solo strumento, ma perché ogni voce ascolta e risponde alle altre. Allo stesso modo, nell’organismo i sistemi nervoso, endocrino, immunitario e metabolico comunicano costantemente. Le neuroscienze hanno mostrato quanto sia artificiale concepire mente e corpo come entità completamente separate: le esperienze emotive coinvolgono modificazioni fisiologiche e neurobiologiche, mentre gli stati corporei contribuiscono a modulare il modo in cui interpretiamo ciò che accade.

Non siamo una mente che abita un corpo come un passeggero dentro una macchina. Siamo un organismo che percepisce, interpreta e continuamente si riorganizza nel rapporto con il mondo.

Questa prospettiva trova un importante antecedente nella teoria dell’autopoiesi elaborata da Humberto Maturana e Francisco Varela. L’autopoiesi descrive l’organizzazione attraverso la quale un sistema vivente produce e mantiene continuamente le proprie componenti e la propria organizzazione. L’organismo, dunque, non è una struttura statica, ma un processo che si mantiene attraverso una continua attività di trasformazione e regolazione, in rapporto con il proprio ambiente.

Nel 1944 Erwin Schrödinger, nel saggio What Is Life?, si interrogava sui fondamenti fisici della vita. La sua riflessione contribuì a stimolare una nuova attenzione verso il rapporto tra ordine biologico, informazione e termodinamica. Un organismo mantiene la propria organizzazione attraverso continui scambi di materia ed energia con l’ambiente e, proprio perché è un sistema aperto, può conservare una struttura interna ordinata producendo entropia nell’ambiente circostante.

Anni dopo, Ilya Prigogine avrebbe mostrato come, in determinate condizioni lontane dall’equilibrio, possano emergere spontaneamente strutture organizzate. Le cosiddette strutture dissipative mostrano che l’ordine non appartiene necessariamente a un universo immobile… può emergere da sistemi attraversati da flussi di energia e materia.

Non significa che il caos generi automaticamente ordine. Significa qualcosa di più sottile… che l’instabilità, in particolari condizioni, può diventare uno dei presupposti attraverso cui nuove forme di organizzazione prendono forma.

Anche l’essere umano conosce questa esperienza. Attraversa fratture, perdite, cambiamenti, crisi e transizioni e, talvolta, riesce a trasformarli in nuove forme di consapevolezza. Non perché il dolore possieda necessariamente un significato positivo, ma perché l’organismo e la persona dispongono di capacità di adattamento, apprendimento e riorganizzazione.

È qui che nasce l’idea di ricondizionamento psicoquantistico: non come promessa di guarigione, non come cambiamento di frequenza, e nemmeno come presunto meccanismo quantistico della coscienza, ma come metafora di una riconnessione.

Una parola, un incontro, un’abitudine, un’esperienza, una scelta possono modificare il modo in cui interpretiamo noi stessi e il mondo. La biologia descrive alcuni di questi processi attraverso l’adattamento e l’autoregolazione… le neuroscienze attraverso la plasticità… la psicologia attraverso l’apprendimento e la trasformazione dell’esperienza… la filosofia attraverso la relazione e il significato. La poesia, forse, li chiamerebbe semplicemente possibilità.

Il filosofo Maurice Merleau-Ponty, nella Fenomenologia della percezione, ha messo in discussione l’idea di una coscienza separata dal mondo, mostrando come la percezione sia inseparabile dal corpo che abita lo spazio e il tempo. Alfred North Whitehead ha pensato la realtà come un divenire nel quale gli eventi e le relazioni hanno un ruolo fondamentale. Hans Jonas, riflettendo sulla natura della vita, ha sottolineato l’apertura dell’organismo al mondo e la sua vulnerabile necessità di mantenere continuamente la propria esistenza. David Bohm, da una prospettiva profondamente diversa, ha elaborato l’idea di una realtà indivisa e di un ordine implicato, offrendo una suggestione filosofica sul rapporto tra parte e totalità.

Non si tratta di dire che questi autori sostengano la stessa teoria. Le loro posizioni sono differenti e appartengono a tradizioni diverse. Possono tuttavia essere accostate attorno a una domanda comune: possiamo pensare l’essere umano senza pensarlo anche nella relazione con ciò che lo circonda?

Il ricondizionamento psicoquantistico, inteso esclusivamente come metafora filosofica, nasce proprio da questa domanda.

Non propone di cambiare una presunta frequenza energetica dell’individuo. Invita piuttosto a riconoscere che l’essere umano possiede una significativa capacità di riorganizzarsi attraverso l’esperienza, l’apprendimento, il linguaggio, gli affetti, le relazioni e la consapevolezza.

La scienza descrive questa dinamicità attraverso concetti differenti … dalla plasticità neuronale ai processi di autoregolazione, dall’adattamento alle modificazioni epigenetiche — che appartengono a livelli biologici diversi e non possono essere ridotti a un’unica spiegazione. Insieme, tuttavia, contribuiscono a mostrare quanto l’organismo sia dinamico e quanto il suo funzionamento non possa essere considerato una struttura completamente immutabile.

Questo non significa che possiamo diventare qualunque cosa desideriamo. La plasticità ha limiti, la biologia pone vincoli, la storia personale lascia tracce e le condizioni ambientali possono facilitare oppure ostacolare il cambiamento. Ma significa che non siamo soltanto ciò che ci è accaduto. Siamo anche il modo, sempre parziale e condizionato, in cui continuiamo a rispondere a ciò che ci accade. Siamo organismi in dialogo con il mondo. Ogni incontro può lasciare una traccia… ogni perdita può modificare un equilibrio… ogni gesto di cura può diventare parte di una nuova organizzazione dell’esperienza. Nessuno attraversa la vita senza esserne trasformato. L’equilibrio assomiglia allora più al cammino di un funambolo che alla quiete di una statua. Il funambolo non resta in piedi perché elimina il disequilibrio. Rimane in piedi perché lo ascolta e lo corregge a ogni passo. Il suo equilibrio non è assenza di oscillazione… è la capacità di rispondere continuamente all’oscillazione.

È proprio quella instabilità, apparentemente fragile, a rendergli possibile il movimento. Così accade anche nella vita. La stabilità non nasce dall’assenza delle crisi, ma dalla capacità di ritrovare, ogni volta, un nuovo assetto. Ed è qui che la scienza, senza confondersi con la poesia, può incontrarla. Immagino l’essere umano come un vecchio pianoforte. Gli anni, le ferite, le paure e perfino le gioie tendono lentamente le corde, modificandone l’intonazione. Lo strumento continua a suonare, ma alcune note possono perdere armonia. L’accordatore non sostituisce le corde. Non cambia il pianoforte. Non pretende di trasformarlo in un altro strumento. Si mette in ascolto. Ascolta le dissonanze, riconosce le tensioni, interviene con piccoli gesti sulle corde finché le singole note possono nuovamente entrare in relazione tra loro.

Il significato più autentico che possiamo attribuire al ricondizionamento psicoquantistico… potrebbe considerarsi questo non diventare qualcun altro, ma ritrovare la propria accordatura. Non cancellare ciò che siamo stati, ma permettere alla nostra storia di trovare una nuova forma. Non eliminare ogni oscillazione, ma imparare ad ascoltarla. Non cercare un equilibrio definitivo, ma sviluppare la capacità di ricomporlo. La salute, allora, non appare come uno stato immobile da conservare una volta per tutte, ma come un’armonia dinamica che si rinnova nel tempo, nel corpo, nelle relazioni e nell’ambiente.

Dopotutto vivere significa proprio questo… non smettere di oscillare, ma imparare ad ascoltare l’oscillazione… non pretendere una stabilità definitiva, ma ritrovare, ogni volta, la propria accordatura.

 

Categoria: Pensieri & Parole

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Article by: Antonella Multari