ABRACADABRA: TRA CERVELLO, EMOZIONI E DESIDERIO, IL MISTERO DI CIÒ CHE ACCADE QUANDO DARE UN NOME ALLE COSE CAMBIA IL MODO IN CUI LE VIVIAMO

Ci sono parole che pronunciamo senza accorgerci di quanto siano già dentro di noi. Le diciamo distrattamente, come si attraversa una stanza che conosciamo a memoria. Eppure alcune restano. Si depositano. Tornano nei momenti inattesi.

Una parola può aprire una porta sulla memoria, riportare alla pelle un’estate lontana, farci sentire ancora una voce, un odore, una carezza. Può persino cambiare, per qualche istante, la temperatura con cui guardiamo il mondo.

È per questo che, da sempre, attribuiamo alle parole qualcosa di misterioso. Le abbiamo usate per pregare, benedire, promettere, sedurre, consolare. Abbiamo affidato loro le nostre paure e i nostri desideri, come se sapessimo, molto prima di comprenderne il funzionamento, che nominare fosse un gesto influente.

Paolo Borzacchiello ha costruito una parte importante della sua riflessione proprio intorno a questa intuizione. Nei suoi libri il linguaggio viene presentato come uno strumento attraverso il quale intervenire sul modo in cui pensiamo, sentiamo e ci relazioniamo agli altri. E una parola, più delle altre, sembra condensare questa filosofia: Abracadabra.

Nella sua interpretazione, abracadabra diventa “io creo come parlo”. Non soltanto una formula magica, dunque, ma una dichiarazione di responsabilità: ciò che diciamo a noi stessi e agli altri può contribuire a costruire la realtà nella quale viviamo.

È un’affermazione forte, ma proprio per questo merita di essere attraversata con cautela.

La riflessione di Borzacchiello utilizza infatti il moderno vocabolario delle neuroscienze e della chimica corporea… cervello, neurotrasmettitori, ormoni, dopamina, ossitocina, cortisolo. Ma l’operazione che propongo in queste pagine è diversa. Non intendo verificare o confutare l’intero impianto teorico di Borzacchiello, né trasformare la sua metafora in una teoria neuroscientifica. Mi interessa piuttosto prendere sul serio la domanda che quella metafora apre e metterla in dialogo con ciò che oggi sappiamo sul linguaggio, sulle emozioni e sul cervello.

Che cosa accade, dunque, quando una parola entra nella nostra mente?

Già nell’antica Grecia, Gorgia da Lentini, nell’Encomio di Elena, attribuiva al lógos una forza capace di agire sull’animo umano. Il discorso, sostiene Gorgia, può produrre nell’anima effetti paragonabili a quelli dei farmaci sul corpo: può alleviare o ferire, suscitare piacere o dolore, paura o fiducia. La parola come phármakon, come sostanza capace di agire.

Gorgia non possedeva, naturalmente, il linguaggio della neurobiologia. Non parlava di cortisolo, dopamina o ossitocina e non conosceva i circuiti cerebrali attraverso cui oggi studiamo cognizione ed emozione. Ma aveva colto una questione che continua a riguardarci… il linguaggio non attraversa necessariamente l’essere umano senza lasciare traccia.

La parola può rassicurare. Può ferire. Può aprire una possibilità oppure chiuderla. Ma ciò non significa che esista una relazione semplice e automatica fra una parola e una determinata risposta biologica. Non esiste un dizionario neurochimico nel quale alla parola “amore” corrisponda l’ossitocina, alla parola “paura” il cortisolo e alla parola “felicità” la dopamina. Il cervello non è una macchina nella quale una parola, premuta come un pulsante, attiva sempre la stessa sostanza.

Tra ciò che viene detto e ciò che accade nel corpo esiste una distanza complessa, abitata da memoria, contesto, aspettative, attenzione, esperienza, interpretazione e stato corporeo. Ed è proprio questa complessità a rendere il linguaggio così interessante.

Quando ascoltiamo o leggiamo una parola come “mare”, il cervello non recupera semplicemente una definizione. Il significato linguistico è distribuito attraverso una rete ampia di aree cerebrali e si intreccia con conoscenze, immagini, esperienze e categorie semantiche. Uno studio pubblicato su Nature da Huth e colleghi ha mostrato, attraverso la risonanza magnetica funzionale, che i concetti evocati dal linguaggio sono rappresentati in molteplici regioni della corteccia, formando una sorta di articolata mappa semantica (Huth et al., 2016).

Per qualcuno, dunque, “mare” significa libertà… per qualcun altro, perdita… per qualcun altro ancora, infanzia. La parola è la stessa. La realtà che evoca, no.

Questo è uno dei punti in cui la mia lettura si discosta dalla formula più immediata del “io creo come parlo”. Non credo che le parole creino arbitrariamente la realtà esterna. Credo piuttosto che contribuiscano a organizzare la realtà così come viene esperita… ciò che riconosciamo, ciò a cui prestiamo attenzione, ciò che ricordiamo, ciò che anticipiamo. La differenza non è soltanto semantica. È esistenziale.

Una parola non è necessariamente una causa diretta di una risposta biologica, ma può diventare parte del processo attraverso cui il cervello attribuisce significato a ciò che ci accade.

La ricerca contemporanea sul rapporto fra linguaggio ed emozione sta proprio indagando questa zona di confine. Una meta-analisi neuroimaging di Brooks e colleghi, basata su 386 studi, ha mostrato che la presenza di parole riferite specificamente alle emozioni è associata a una maggiore attivazione di regioni coinvolte nell’elaborazione semantica, mentre in assenza di tali parole risultano più frequenti attivazioni dell’amigdala e del giro paraippocampale (Brooks et al., 2017). Questo non dimostra che una parola “produca” un’emozione… dimostra che il linguaggio può partecipare al modo in cui un’esperienza emotiva viene riconosciuta, organizzata e interpretata.

È una differenza fondamentale. Pensiamo alla parola “paura”. Non basta pronunciarla per avere paura. Ma possedere la categoria concettuale attraverso cui riconoscere ciò che sta accadendo dentro di noi può modificare il modo in cui interpretiamo quelle sensazioni. È qui che nominare diventa qualcosa di più di un atto descrittivo. Quando diciamo “sto male”, consegniamo all’esperienza una forma ancora indistinta. 5Quando riusciamo a dire “sono triste”, “sono spaventato”, “sono arrabbiato”, “sono deluso”, “sono innamorato”, non abbiamo necessariamente eliminato ciò che proviamo. Lo abbiamo distinto. E distinguere può essere già una forma di trasformazione.

Uno studio ormai classico di Lieberman e colleghi, dedicato al fenomeno dell’affect labeling, ha mostrato che mettere in parole uno stato emotivo può ridurre la risposta dell’amigdala e di altre regioni limbiche a stimoli emotivi negativi, accompagnandosi a una maggiore attività della corteccia prefrontale ventrolaterale destra (Lieberman et al., 2007).

Più recentemente, la ricerca ha continuato a esplorare questo rapporto, mostrando come i processi semantici legati al linguaggio siano strettamente intrecciati con quelli coinvolti nell’esperienza emotiva e possano contribuire alla costruzione e alla regolazione delle emozioni (Satpute & Lindquist, 2021).

Quando diciamo che una parola può cambiare il nostro modo di vivere qualcosa… non significa che la parola possieda una magia biologica. Ma significa che dare un nome può cambiare la forma dell’esperienza. Questa intuizione trova un altro interlocutore importante in Baruch Spinoza.

Nell’Etica, Spinoza rifiuta una separazione rigida fra mente e corpo… mente e corpo non sono due realtà indipendenti, ma due modi attraverso cui comprendere una medesima esistenza. Gli affetti non sono fantasmi che abitano una mente separata dal corpo; appartengono alla vita stessa dell’individuo.

Spinoza, naturalmente, non parla di “riprogrammare il cervello”. Sarebbe anacronistico trasformare la sua filosofia in una neuroscienza ante litteram. Ma il suo pensiero ci offre una prospettiva ancora attuale… non siamo una mente che osserva dall’esterno un corpo che le appartiene. Pensare, sentire e vivere sono dimensioni intrecciate della nostra esistenza.

Se è così, allora anche le parole con cui raccontiamo ciò che ci accade possono diventare parte del modo in cui quell’esperienza viene organizzata. Ed è qui che il linguaggio smette di essere soltanto comunicazione e diventa anche una forma di orientamento.

Nel Novecento, con Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, questa intuizione entra nel dibattito sulla cosiddetta relatività linguistica. La versione forte dell’ipotesi — secondo cui la lingua determinerebbe completamente ciò che possiamo pensare — non trova sostegno nella ricerca contemporanea. Più interessante è la versione debole: le strutture linguistiche possono influenzare alcuni processi di attenzione, categorizzazione e memoria.

La questione, ancora oggi studiata, non è dunque se la lingua ci imprigioni dentro ciò che possiamo pensare, ma quanto il modo in cui nominiamo le cose orienti il modo in cui le distinguiamo e le osserviamo.

Pensiamo alle emozioni… se possediamo soltanto la parola “male”, una parte enorme della nostra esperienza interiore rimane indistinta. Se impariamo a distinguere tristezza, nostalgia, vergogna, malinconia, frustrazione, paura, solitudine e desiderio, non abbiamo necessariamente creato nuove emozioni. Abbiamo acquisito nuove mappe per attraversarle.

Questa diviene certamente una delle forme più concrete attraverso cui il linguaggio può cambiare la nostra realtà. Non modifica necessariamente il mondo esterno… modifica lo sguardo con cui lo incontriamo. E lo sguardo cambia ciò che notiamo, ciò a cui attribuiamo significato, ciò che ricordiamo e ciò che ci aspettiamo.

La stessa parola può persino cambiare significato nel corso della nostra vita… “Partenza”, a vent’anni, può significare libertà. A cinquanta, separazione. “Silenzio” può essere pace oppure abbandono. “Desiderio” può essere promessa oppure ferita. Il corpo non reagisce semplicemente alla parola. Reagisce anche a ciò che quella parola significa per noi.

È a questo punto che Abracadabra torna ad avere un valore particolare. L’etimologia della parola, infatti, è incerta. Nel corso dei secoli sono state proposte diverse interpretazioni, alcune legate a formule ebraiche e aramaiche. L’interpretazione “io creo come parlo” è suggestiva, ma non può essere presentata come un’etimologia storicamente definitivamente accertata. E proprio qui è importante distinguere il dato filologico dall’uso simbolico che ne fa Borzacchiello. “Io creo come parlo” non deve essere letto necessariamente come una spiegazione dell’origine della parola. È una reinterpretazione contemporanea, una metafora.

Ed è come metafora che, a mio avviso, acquista la sua forza. La formula magica diventa una forma di responsabilità linguistica. Non significa che possiamo ordinare alla realtà di obbedirci. Significa che ogni volta che nominiamo qualcosa, scegliamo anche… almeno in parte… come guardarla.

C’è una differenza enorme tra dire: Sono un fallimento…  e dire: Ho vissuto un fallimento. Tra: Sono incapace di amare. e: fino a questo momento ho  fatto  fatica ad amare. Tra: È troppo tardi e: Non so ancora cosa sia possibile.

Nella prima frase il destino sembra già scritto… nella seconda rimane uno spazio… uno spiraglio… una possibilità.

La parola non ha cancellato il dolore. Non ha trasformato una sconfitta in una vittoria. Non ha prodotto magicamente un futuro diverso. Ha fatto qualcosa di più piccolo e, forse proprio per questo, di più realistico… ha impedito che un’esperienza diventasse automaticamente una definizione permanente di noi. Non siamo onnipotenti. Le parole non possono farci guarire da sole. Non possono obbligare qualcuno ad amarci. Non possono cancellare una perdita, modificare il passato o garantire il futuro… ma possono partecipare alla costruzione della narrazione attraverso cui abitiamo ciò che ci è accaduto.

E una narrazione diversa può aprire un comportamento diverso… un comportamento diverso può modificare una scelta… una scelta diversa può modificare una relazione. E una relazione diversa può, a sua volta, modificare una parte della nostra vita. La parola, allora, non crea il mondo dal nulla. Può però diventare l’inizio di una catena di trasformazioni.

È questo il punto in cui Gorgia e la contemporaneità si incontrano senza confondersi. Per Gorgia il lógos è un phármakon… può curare, ma può anche avvelenare. La sua forza è ambivalente. La ricerca contemporanea ci permette di osservare alcuni dei processi cognitivi ed emotivi attraverso cui il linguaggio può effettivamente incidere sull’esperienza. Ma nessuna delle due prospettive autorizza a considerare la parola una bacchetta magica.

La parola è potente proprio perché non è onnipotente e questa è la responsabilità che dovremmo recuperare. Perché le parole che diciamo agli altri, prima o poi, possono diventare anche la voce con cui parliamo a noi stessi. Dovremmo allora ascoltarci… ascoltare quelle frasi che ripetiamo da anni, quelle che sembrano innocue, quelle che abbiamo ereditato.

Quelle che qualcuno ci ha detto quando eravamo troppo piccoli per difenderci… quando eravamo troppo grandi per giustificarci…quelle parole che a forza di ascoltarle, possiamo dimenticare che erano parole di qualcun altro e cominciare a chiamarle noi…

Noi inconcludenti, noi immaturi, noi inaffidabili… noi senza speranza di miglioramento!

Cambiare il linguaggio non significa sostituire una bugia dolorosa con una bugia positiva… significa cercare parole più vere… più nostre. Parole che non ci assolvano da ciò che siamo chiamati a cambiare, ma che non ci condannino neppure per sempre a ciò che siamo stati… o che gli altri hanno creduto che fossimo.

Crescere significa anche questo… imparare nuove parole per raccontare la stessa vita… E scoprire che, qualche volta, non era la vita a essere diventata diversa… eravamo noi ad aver trovato finalmente il modo di guardarla.

La realtà non è una formula magica… il cervello non è una bacchetta… un ormone non obbedisce a un incantesimo. Eppure, dentro l’essere umano esiste qualcosa di straordinario… la capacità di dare significato a ciò che vive, di trasformare un’esperienza in memoria, una memoria in racconto, un racconto in scelta.

È qui che la parola diventa davvero potente… non quando pretende di comandare il mondo… ma quando ci permette di scegliere come stare nel mondo.

E allora possiamo tornare ad Abracadabra… non come a una formula capace di piegare la realtà ai nostri desideri… ma come a un piccolo promemoria inciso sul basamento dell’intera umanità… attenzione alle parole con cui chiami le cose. Perché alcune parole passano… altre rimangono… alcune ci feriscono… altre ci salvano. Alcune diventano una gabbia… altre aprono una porta.

La vera magia non consiste nel convincere la realtà a diventare ciò che desideriamo… consiste nel trovare parole abbastanza vere da poterla attraversare senza smarrire noi stessi. Perché alla fine non siamo soltanto ciò che ci è accaduto… siamo anche le parole con cui abbiamo imparato a raccontarlo. E qualche volta cambiare una parola non cambia ciò che è stato… cambia il modo in cui possiamo tornare a guardarlo. E da quello sguardo diverso può cominciare davvero qualcosa… Abracadabra.


RIFERIMENTI

Brooks, J. A., Shablack, H., Gendron, M., Satpute, A. B., Parrish, M. H., & Lindquist, K. A. (2017). The role of language in the experience and perception of emotion: A neuroimaging meta-analysis. Social Cognitive and Affective Neuroscience, 12(2), 169–183.

Huth, A. G., de Heer, W. A., Griffiths, T. L., Theunissen, F. E., & Gallant, J. L. (2016). Natural speech reveals the semantic maps that tile human cerebral cortex. Nature, 532, 453–458.

Lieberman, M. D., Eisenberger, N. I., Crockett, M. J., Tom, S. M., Pfeifer, J. H., & Way, B. M. (2007). Putting feelings into words: Affect labeling disrupts amygdala activity in response to affective stimuli. Psychological Science, 18(5), 421–428.

Satpute, A. B., & Lindquist, K. A. (2021). At the neural intersection between language and emotion. Affective Science, 2(2), 207–220.

 

Categoria: Pensieri & Parole

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Article by: Antonella Multari