DALLE EUMENIDI AL GENDER PAY GAP: POTERE, RIPRODUZIONE SOCIALE E LAVORO INVISIBILE

Il 18 settembre, Giornata internazionale della parità retributiva, possiede una caratteristica apparentemente paradossale… ricorda un principio che, nelle democrazie contemporanee, dovrebbe essere ormai acquisito. La parità di remunerazione per lavoro di uguale valore è infatti un principio formalmente consolidato nel diritto internazionale del lavoro, sancito dalla Convenzione n. 100 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro del 1951. E tuttavia necessita ancora di una giornata internazionale che ne rinnovi annualmente la memoria.

Il paradosso è precisamente questo… la conquista della parità giuridica non coincide con la realizzazione della parità sostanziale. Il diritto può proibire la discriminazione diretta e, nondimeno, lasciare intatte quelle strutture sociali attraverso cui il valore viene prodotto, distribuito e riconosciuto in modo asimmetrico. La questione salariale, pertanto, non può essere ridotta alla presenza di una differenza arbitraria nella busta paga. Essa interroga la stessa architettura attraverso cui una società stabilisce che cosa debba essere considerato lavoro, quale lavoro meriti remunerazione e quale, invece, possa essere assorbito nella sfera della normalità domestica.

È qui che la celebre proposizione di Simone de Beauvoir  «non si nasce donne, si diventa donne» assume una rilevanza propriamente economica oltre che antropologica. Il genere non designa soltanto un’identità: è anche un processo sociale di assegnazione di ruoli, aspettative, competenze e responsabilità. La lavoratrice non nasce ‘di serie B’…  viene resa tale da una concatenazione di istituzioni, norme culturali, organizzazioni del lavoro e distribuzioni asimmetriche della cura. La differenza salariale costituisce dunque uno degli esiti terminali di una costruzione molto più profonda.

Il Gender Pay Gap appare, in questa prospettiva, non come una semplice inefficienza temporanea del mercato, ma come la manifestazione quantitativa di una gerarchia qualitativa… quella che storicamente ha contrapposto il lavoro produttivo, pubblico e remunerato al lavoro riproduttivo, privato e ‘invisibilizzato’.

Una narrazione del lavoro invisibile può essere costruita anche attraverso la storia delle forme simboliche con cui l’Occidente ha pensato il rapporto fra maternità, autorità e ordine politico. Il riferimento a Johann Jakob Bachofen è inevitabile, purché se ne riconosca lo statuto teorico. Nel Das Mutterrecht (Il matriarcato, 1861), Bachofen formulò l’ipotesi di una successione storica da forme di organizzazione fondate sul diritto materno a forme dominate dal principio patriarcale. La storiografia successiva ha fortemente problematizzato l’idea di un originario ‘matriarcato’ universale… ciò non rende però irrilevante la sua costruzione teorica, perché essa permette di osservare come la cultura europea abbia narrato il passaggio da un ordine genealogico centrato sulla maternità a uno fondato sull’autorità paterna.

La tragedia greca offre una delle rappresentazioni più potenti di questa trasformazione. Nell’Orestea di Eschilo, e soprattutto nelle Eumenidi, il conflitto non è soltanto fra personaggi mitologici, ma fra differenti concezioni della giustizia. Le Erinni incarnano la legge arcaica del vincolo di sangue e, in particolare, il diritto della madre violata dall’assassinio del figlio. Apollo sostiene invece un principio nel quale la maternità viene subordinata alla paternità… il matricidio di Oreste può essere assolto perché, nella logica della nuova giustizia, il padre assume una posizione determinante nella definizione della discendenza. Atena sancisce infine l’esito politico del conflitto attraverso l’istituzione del tribunale dell’Areopago.

La trasformazione delle Erinni in Eumenidi costituisce, sul piano simbolico, un passaggio decisivo… la potenza arcaica non viene semplicemente distrutta, ma incorporata e domesticata dentro il nuovo ordine politico. Le divinità della vendetta vengono trasformate in protettrici della città, ma la loro collocazione cambia: vengono ricondotte sotto terra, in uno spazio sotterraneo che può essere letto, con cautela, come metafora della rimozione di una dimensione del potere femminile dalla visibilità della polis.

La lettura economico-politica di tale passaggio diventa ancora più significativa quando si considera Aristotele. Nella Politica, l’oikos e la polis costituiscono due ordini distinti della vita sociale… la casa è il luogo della riproduzione materiale, mentre la polis è lo spazio della deliberazione e dell’azione politica. La donna appartiene all’oikos e, pur possedendo capacità deliberativa, secondo Aristotele non la possiede nella stessa forma dell’uomo… il suo rapporto con l’autorità politica è dunque strutturalmente subordinato.

La celebre formula del mas occasionatus, ‘maschio mancato’ o ‘maschio incompleto’, appartiene propriamente alla riflessione aristotelica sulla generazione, soprattutto nel De generatione animalium, e non va trasferita senza distinzione nella Politica. Ma proprio questa cautela rende più evidente la continuità concettuale… il femminile viene pensato come una forma subordinata rispetto a un universale umano implicitamente modellato sul maschile. L’oikos diviene così il luogo di ciò che è necessario alla vita, mentre la polis è il luogo nel quale quella vita viene politicamente qualificata.

La separazione fra oikos e polis contiene già, in forma embrionale, una separazione fra lavoro necessario e valore pubblico: ciò che mantiene in vita la comunità viene naturalizzato; ciò che decide sulla comunità viene politicizzato.

La modernità capitalistica non inaugura questa distinzione, ma la riorganizza su basi economiche nuove. In L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884), Friedrich Engels interpreta la subordinazione delle donne attraverso la trasformazione dei rapporti di produzione, l’emergere della proprietà privata e la necessità di assicurare la trasmissione ereditaria della ricchezza. La formula engelsiana della ‘sconfitta storica mondiale del sesso femminile’ identifica nella trasformazione delle strutture economiche un passaggio decisivo della subordinazione patriarcale.

La tesi di Engels non può essere assunta oggi come una ricostruzione empiricamente esaustiva della preistoria della famiglia… rimane tuttavia fondamentale come ipotesi materialista… la posizione sociale delle donne non è separabile dall’organizzazione della produzione e della riproduzione.

È precisamente questo rapporto che Silvia Federici radicalizza in Calibano e la strega. La caccia alle streghe, la disciplinarizzazione dei corpi femminili, la costruzione della divisione sessuale del lavoro e l’affermazione del capitalismo vengono interpretate come processi storicamente interconnessi. Il lavoro domestico costituisce, in questa prospettiva, una delle condizioni nascoste dell’accumulazione: riproduce quotidianamente la forza-lavoro senza essere riconosciuto come lavoro economicamente equivalente.

Da qui la rilevanza politica della campagna ‘Salario al lavoro domestic’, alla quale Federici partecipò negli anni Settanta. La richiesta non va interpretata semplicemente come domanda di remunerazione individuale. Essa aveva una funzione teorica: rendere visibile che ciò che il capitalismo presenta come ‘amore’, ‘vocazione’ o ‘naturale disposizione femminile’ costituisce invece lavoro necessario alla riproduzione della società.

Il cosiddetto ‘lavoro d’amore’ diventa allora un dispositivo ideologico quando trasforma una prestazione socialmente indispensabile in una qualità naturale della donna. La gratuità non dimostra l’assenza di valore… spesso ne costituisce precisamente la condizione.

Nancy Fraser, nel suo Capitalismo cannibale, porta questa analisi verso una teoria della riproduzione sociale. Il capitalismo dipende da attività che non produce direttamente merci ma rende possibile la produzione delle merci: cura dei bambini, assistenza agli anziani, manutenzione quotidiana dei corpi, formazione delle capacità lavorative, sostegno affettivo. Il sistema economico tende tuttavia a trattare queste risorse come se fossero inesauribili.

Il capitalismo, in questa lettura, cannibalizza le condizioni della propria stessa esistenza. La riproduzione sociale viene continuamente consumata senza essere adeguatamente reintegrata.

La contraddizione assume una forma globale attraverso la cosiddetta catena della cura: famiglie relativamente privilegiate trasferiscono parte del lavoro domestico e assistenziale a lavoratrici, spesso migranti, collocate in condizioni economiche più vulnerabili. La cura non scompare: cambia soggetto. Il privilegio di alcune donne può così poggiare sul lavoro sottopagato di altre.

Da qui la critica di Fraser al ‘femminismo dell’1%’: l’accesso delle donne ai vertici delle istituzioni economiche non coincide necessariamente con l’emancipazione femminile nel suo complesso. Se la liberazione di alcune passa attraverso l’esternalizzazione della riproduzione sociale verso altre donne, la gerarchia di genere non viene abolita; viene redistribuita lungo linee di classe, razza, cittadinanza e status migratorio.

La teoria acquista consistenza quando viene confrontata con i dati. Secondo l’ILO, a livello globale le donne guadagnano mediamente circa il 20% meno degli uomini. L’organizzazione sottolinea inoltre che la maternità può produrre una penalità salariale persistente lungo l’intero arco della vita lavorativa.

Il dato europeo richiede però una precisazione metodologica fondamentale. Il Gender Pay Gap non coincide con una singola misura universale della disuguaglianza. L’indicatore Eurostat più utilizzato è il divario non corretto nelle retribuzioni lorde orarie medie. Nel 2022 esso era pari al 12,7% nell’Unione europea, mentre in Italia risultava appena del 4,3%.

Questa apparente eccellenza italiana è però fuorviante se interpretata come prova dell’uguaglianza economica. Il basso divario orario convive infatti con una partecipazione femminile al mercato del lavoro molto più bassa. Nel 2024 l’Italia registrava il più elevato gender employment gap dell’Unione europea: 19,4 punti percentuali.

Il problema, dunque, non è soltanto quanto venga pagata un’ora di lavoro femminile, ma quante ore vengono lavorate, in quali occupazioni, con quale continuità, attraverso quale contratto e dopo quali interruzioni.

Tre fenomeni sono particolarmente rilevanti.

Il primo è la maternity penalty. La maternità produce effetti occupazionali e salariali asimmetrici perché la responsabilità della cura continua a essere distribuita in maniera diseguale. I dati europei mostrano che nel 2024, anche fra adulti altamente istruiti, la presenza di figli continuava ad ampliare il divario occupazionale fra uomini e donne.

Il secondo è il part-time, che può funzionare come una forma contemporanea di confinamento parziale nell’oikos. Nel 2023, nell’UE, il 27,9% delle lavoratrici era occupato a tempo parziale contro circa l’8% degli uomini; fra le donne con figli il ricorso al part-time saliva al 31,8%, mentre per gli uomini con figli era soltanto del 5%.

Non tutto il part-time è involontario e sarebbe metodologicamente scorretto assimilarlo automaticamente a una discriminazione. Tuttavia, quando la riduzione dell’orario è prodotta dall’insufficienza dei servizi di cura, dalla distribuzione asimmetrica del lavoro domestico o dalla scarsità di alternative occupazionali, essa diviene un meccanismo di penalizzazione cumulativa: meno reddito oggi, minore progressione professionale, minori contributi e minore autonomia economica nel lungo periodo.

Il terzo fenomeno è la segregazione orizzontale. Le donne continuano a essere sovrarappresentate nei settori associati alla cura, all’educazione, all’assistenza e ai servizi, occupazioni socialmente indispensabili ma spesso economicamente svalutate. È qui che assume pieno significato il principio ILO della “parità di remunerazione per lavoro di uguale valore”: l’uguaglianza non può limitarsi a impedire che due persone siano pagate diversamente per lo stesso incarico… deve interrogare anche il modo in cui lavori differenti vengono gerarchizzati e valorizzato.

Il paradosso italiano è quindi più profondo di una semplice percentuale salariale: un divario orario relativamente contenuto può coesistere con una disuguaglianza molto maggiore nell’accesso al lavoro, nella durata della carriera, nell’orario, nella segregazione occupazionale e nella continuità contributiva. Non si tratta, pertanto, di scegliere quale indicatore sia ‘quello vero’, ma di comprendere che ciascun indicatore illumina una parte diversa della struttura della disuguaglianza.

La genealogia conduce infine al presente. Il pregiudizio non è scomparso… si è trasformato. Non opera necessariamente attraverso l’esclusione esplicita delle donne dalla polis, ma attraverso meccanismi più sofisticati di segmentazione del mercato, attribuzione differenziale del rischio, valutazione delle competenze, organizzazione degli orari e distribuzione privata della cura.

Il problema contemporaneo è dunque quello di una disuguaglianza che può sopravvivere perfettamente dentro istituzioni formalmente egualitarie.

È in questa prospettiva che acquista rilievo il progetto del ‘femminismo per il 99%’ elaborato da Fraser, Cinzia Arruzza e Tithi Bhattacharya: un femminismo che non identifichi l’emancipazione con la semplice promozione di alcune donne nelle élite, ma la colleghi alla trasformazione delle condizioni materiali della maggioranza. Ciò implica concepire il welfare non come compensazione marginale delle inefficienze del mercato, bensì come infrastruttura della riproduzione sociale; implica inoltre una diversa organizzazione del tempo, attraverso la riduzione dell’orario di lavoro e una redistribuzione effettiva del lavoro necessario alla vita.

La trasparenza salariale costituisce, in questo quadro, un intervento istituzionale di particolare rilievo. La Direttiva (UE) 2023/970 introduce nuovi obblighi e diritti destinati a rendere più conoscibili i criteri retributivi, rafforzare il principio della parità per lavoro di pari valore e contrastare l’opacità che rende difficile individuare la discriminazione. Gli Stati membri erano tenuti a recepirla entro il 7 giugno 2026.

Il segreto salariale non è infatti neutrale. Quando i lavoratori non dispongono di informazioni sufficienti sulle strutture retributive, la disuguaglianza può rimanere individualizzata… una differenza appare come esito di merito, negoziazione o performance personale, anziché come possibile effetto di una struttura. La trasparenza non elimina automaticamente la discriminazione, ma ne aumenta la contestabilità.

La questione decisiva rimane tuttavia più radicale. Finché la cura verrà considerata una qualità naturale del femminile anziché una funzione sociale ed economica indispensabile, ogni politica salariale interverrà soltanto sull’ultimo anello della catena. La parità retributiva richiede invece di risalire lungo quella catena fino alla sua origine: alla distinzione fra produzione e riproduzione, fra lavoro riconosciuto e lavoro invisibile, fra tempo economico e tempo della vita.

Dalle Erinni alle moderne lavoratrici della cura, la questione non è dunque semplicemente cambiata di forma… si è trasformata di linguaggio. Ciò che un tempo veniva confinato nell‘oikos oggi può essere incorporato nell’economia senza essere pienamente valorizzato. La subordinazione non necessita più di dichiarare l’inferiorità ontologica della donna… può funzionare attraverso istituzioni apparentemente neutrali che continuano a distribuire diversamente tempo, reddito, autorità e riconoscimento.

Il punto conclusivo è allora anche il suo punto politico… la parità retributiva non sarà pienamente realizzata quando le donne avranno semplicemente accesso allo stesso mercato degli uomini, ma quando il lavoro necessario alla riproduzione della vita cesserà di essere considerato un dovere biologico gratuito e verrà riconosciuto per ciò che è… una delle infrastrutture fondamentali dell’economia e della società.

La posta in gioco non è soltanto la quantità di denaro contenuta in una busta paga. È la definizione stessa di ciò che una società considera produttivo, degno di remunerazione e degno di riconoscimento. In questo senso, il Gender Pay Gap non costituisce la periferia dell’economica… ne rivela una delle architetture fondamentali.

Categoria: Pensieri & Parole

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Article by: Antonella Multari